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Calabria da scoprire, i tesori di Curinga sul Golfo di Sant’Eufemia

Calabria da scoprire, i tesori di Curinga sul Golfo di Sant’Eufemia

Un libro perennemente aperto sulla bellezza, sulla storia e sul modo in cui gli uomini l’hanno abitata in passato. Una pagina dopo l’altra la Calabria racconta, ma soprattutto mostra, cosa è stata e cos’è ancora. Piccoli viaggi nel tempo in un lembo di terra stretto e lungo, a tratti aspro, e in mezzo al mare. Ricca di culture diverse, e di segni, di tesori disseminati ovunque. Come quelli lasciati a Curinga, nel raggio di pochi chilometri soltanto, di epoche lontanissime tra loro — eppure da poter leggere quasi come un unico racconto.

Il più antico è quello di Acconia, la frazione in pianura che sorge sui resti di quella che i Greci chiamavano Laconia e i Romani trasformarono in uno dei nodi della via Popilia, la strada consolare che da Roma scendeva fino a Reggio Calabria. La piana era ricca d’acqua — due fiumi, l’Amato e l’Angitola, probabilmente navigabili in epoca romana, e una rete di sorgenti e pozzi — e questo la rendeva ideale per molti insediamenti.

Anche per le terme romane, che ne sono la testimonianza più eloquente. Si tratta di un complesso dispiegato in 700 metri quadri già scavati dagli archeologi, ma che con molta probabilità lascia ancora molto altro da scoprire. Certamente costruite nel I secolo d.C. con la tecnica dell’opus testaceum — mattoni bessali quadrati di circa 20 cm di lato, disposti in filari — le murature sono a tratti così intatte che in diversi punti raggiungono quasi l’altezza originaria, permettendo di entrare così tra i volumi reali di duemila anni fa.

Il fulcro del complesso è il frigidarium, una grande aula rettangolare di 80 mq con due absidi semicircolari che dovevano ospitare vasche d’acqua fredda e nicchie con statue, coperta da una complessa struttura voltata. Il calidarium, orientato a sud-ovest secondo i precetti di Vitruvio per sfruttare il calore solare, era composto da due ambienti absidati ciascuno dotato di praefurnium.

La chiarezza degli spazi, tra ambienti riscaldati, tepidarium e laconicum, restituisce la sequenza funzionale completa delle terme imperiali. Le terme furono rimaneggiate almeno tre volte nel corso dei secoli, attraversando sei fasi documentate dagli scavi condotti dagli archeologi tra il 1991 e il 2007. Verso la metà del IV secolo le terme smisero di assolvere alla loro funzione e vennero spogliate di tutto il riutilizzabile.

A pochi chilometri di distanza da qui, salendo verso le colline di contrada Corda inizia un’altra storia, quella del Monastero di Sant’Elia Vecchio. La tradizione popolare racconta che a fondarlo siano stati monaci basiliani giunti dall’Oriente in un’epoca remota, rifugiatisi sull’attuale località Corda in fuga dalle incursioni saracene.

Gli scavi diretti nel 1991 dall’archeologo Francesco Antonio Cuteri raccontano però una storia diversa. La prima attestazione certa del monastero risale al 1493, grazie a una bolla di Papa Alessandro VI Borgia.

Anche la cupola del Sancta Sanctorum, a lungo attribuita a un’origine bizantina, è un’opera più tarda: la decorazione a treccia che la percorre all’interno è seicentesca, frutto delle maestranze dei lapicidi roglianesi e legata al patrocinio delle famiglie Loffredo e Caracciolo, signori di Maida, il cui stemma è ancora visibile sul lato esterno. Nel 1632 l’edificio passò alla Riforma carmelitana di Monte Santo; i monaci lo abbandonarono nel 1662, dopo i danni del terremoto del 1659, e nel 1726 un vescovo in visita lo trovò già ridotto in rovina.

Gli scavi del 1991 hanno riportato alla luce l’intera planimetria con tredici ambienti, distinti in tre nuclei: la chiesa con il Sancta Sanctorum rimasto incompiuto; la cappella di Sant’Elia, la parte più antica, databile tra la fine del XIV e il XV secolo; e, più a monte, i vani propriamente monastici — cucina, refettorio, dispensa e la cella che ospitò il priore. Nella cappella, un piccolo pozzo e un canaletto facevano defluire l’acqua (proveniente da un antico acquedotto in terracotta) lungo i gradini d’ingresso: un ricco richiamo simbolico alla Fonte di Elia del primo oratorio sul Monte Carmelo e alla visione del profeta Ezechiele, con l’acqua che sgorga dalla soglia del Tempio e dona vita.

La storia del monastero va di pari passo con quella di un altro monumento straordinario. A pochi metri dal luogo di contemplazione, i monaci, secondo la leggenda, piantarono accanto alla sorgente Vrisi — dal greco brusis, sorgente — un platano portato dall’Oriente.

Quell’albero è ancora lì, parte di una formazione di platani orientali molto rara dal punto di vista botanico. Alto più di 30 metri con una circonferenza di 15 metri, secondo le misurazioni scientifiche della Giant Trees Foundation, con un’età stimata di mille anni, è il platano più largo e più vecchio d’Italia, iscritto nell’elenco nazionale degli alberi monumentali.

Il suo tronco, alla base, presenta una cavità di oltre tre metri di apertura — che ad entraci è una grotta in cui sentire il suo respiro.

Cosa potesse significare il platano per i monaci basiliani di cui parla la tradizione popolare, lo racconta la cultura greca. Era l’albero sotto cui Socrate e Fedro conversavano lungo l’Ilisso, sotto cui Ippocrate insegnava ai suoi allievi a Coo, e la pianta che Serse amò così perdutamente da adornarla di gioielli. Era l’albero del pensiero, della cura, della bellezza che dura, il ponte tra la terra e Dio. Piantato vicino all’eremo di Sant’Elia Vecchio, poteva rappresentarne l’estensione, la dilatazione del mondo e della cultura da cui venivano. Piantato perché, come una benedizione, sopravvivesse a tutto.

di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)

  • Foto Terme romane, Sant’Elia il Vecchio, Platano di Curinga: Meraviglie di Calabria
  • Foto copertina @barone_ashura

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