Castelli e torri della Calabria: fumo di giorno, fuoco di notte

Spuntano sui promontori tra gli ulivi, si stagliano sulle scogliere a strapiombo sul mare, affiorano dalla macchia mediterranea, alte e silenziose sopra le calette più belle della regione. Sono le torri e le fortezze costiere, costruite per lo più nel Cinquecento, diventate parte del paesaggio quasi come le rocce su cui poggiano. Ma guardandole bene — dalla circonferenza rastremata, dallo spessore dei muri, dalla posizione sempre calcolata sul pelo dell’acqua o sulla cima del promontorio più esposto — si capisce perché non sono lì per caso. Dietro ognuna c’è una storia che riguarda l’intera Calabria.


Torre saracena-Palmi – Ph Calabria Straordinaria e Torre spaccacata – Amendolara – Ph Nicodemo Misiti
I quasi 800 chilometri delle sue coste sono stati per secoli anche una delle frontiere più vulnerabili del Mediterraneo. Le incursioni arabe, saracene e ottomane tra il IX e il XVI secolo costrinsero intere popolazioni ad abbandonare le marine e a rifugiarsi nell’entroterra, sulle alture dove oggi sorgono i principali borghi storici della regione. Quel progressivo svuotamento delle coste lasciò tracce nella geografia stessa degli insediamenti, e i suoi effetti si avvertono ancora nel paesaggio attuale.
Fumo di giorno, fuoco di notte
La risposta arrivò nel Cinquecento. Il Viceré di Napoli don Pedro di Toledo stabilì le prime ordinanze per la costruzione di torri lungo le coste del Regno; a dare concretezza al piano in Calabria fu Fabrizio Pignatelli, marchese di Cerchiara, incaricato dal governo vicereale di effettuare la ricognizione delle coste calabresi e individuare le posizioni strategiche per le nuove torri. Fu lui a scegliere i siti più esposti agli sbarchi, insieme ad architetti ed esperti militari e — per usare le parole del cronista seicentesco Padre Giovanni Fiore — a «consigliare e con l’approvazione de’ ministri regi ordinare la fabrica delle sudette Torri». La norma prevedeva che nessuna torre avrebbe dovuto distare dall’altra più di seimila passi, e ognuna avrebbe dovuto essere visibile alle due adiacenti. La visibilità reciproca era la condizione che rendeva funzionante l’intera rete. L’esecuzione su larga scala partì poi sotto il viceregno di don Pedro Afán de Ribera, duca d’Alcalà , che dal 1559 al 1571 portò a compimento la rete.


Torre aragonese – Caulonia- ph Nicodemo-Misiti e Torre aragonese – Bagnara-ph Antonina Dattola-CC-BY-SA-4.0
Il sistema di segnalazione era semplice nella concezione, e straordinariamente efficace nella pratica. Di giorno per le segnalazioni si usava il fumo, di notte il fuoco. Il segnale non comunicava solo la presenza di naviglio nemico, ma indicava anche il numero di legni avvistati all’orizzonte. Una volta lanciato l’allarme, entravano in azione i cosiddetti cavallari, cavalieri incaricati di portare i messaggi da una torre all’altra al galoppo. Organizzati in due categorie — ordinari e straordinari — dipendevano da un sopracavallaro che coordinava il servizio. E la cosa più straordinaria è che il messaggio poteva raggiungere Napoli nel giro di ventiquattr’ore. Questo significa che era, prima ancora che una struttura difensiva, una rete efficientissima di comunicazione militare funzionante come un sistema a staffetta.
Come erano fatte
Le torri che punteggiavano le coste non erano tutte uguali, né per forma né per funzione. Le più antiche, di origine angioina, avevano pianta quadrata o rettangolare e struttura massiccia. Dopo la norma imposta dalla Regia Corte, le nuove costruzioni furono tutte quadrangolari e di misure standardizzate, più piccole quelle alle foci dei fiumi perché destinate a funzioni di sbarramento. Le cilindriche si presentavano in due varianti: le più semplici senza decorazioni di coronamento, le altre rastremate con un cordone di pietre che separava la parte inferiore a scarpa da quella superiore. Molte erano dotate di piombatoi, due aperture posizionate sul lato anteriore e su quello posteriore, per versare olio bollente sugli assalitori. Alcune, dette cavallare, disponevano di stalle e spazi per i cavalieri; altre, le cosiddette guardiole, erano strutture più piccole edificate su colline verso l’interno, per dare l’allarme ai borghi che non vedevano il mare. Camminando lungo le coste ancora oggi è possibile distinguerne le peculiarità architettoniche.


Bastione di Malta -Lamezia – CC-BY-SA-3.0 e Torre Sant’Angelo – Rossano-ph-Mariella Arcuri – CC-BY-SA-4.0
Chi pagava
Il costo del sistema ricadde sulle popolazioni attraverso il cosiddetto carlino a fuoco, un’imposizione fiscale riscossa da tutte le università del Regno. Non mancarono le proteste, e intanto i centri che si ritenevano lontani dal pericolo cercavano di non pagare, mentre quelli direttamente esposti si lamentavano di essere i più gravati. E anche la prestazione gratuita del lavoro per l’ammassamento dei materiali fu imposta alle comunità vicine ai cantieri, con risultati spesso contestati. È una storia di resistenze e negoziazioni che lo storico Gustavo Valente ha ricostruito in modo minuzioso nel suo lavoro sulle torri costiere calabresi, attingendo agli archivi di Simancas e a fondi privati di famiglie nobiliari della regione.
Di questo sistema fanno parte strutture molto diverse per dimensioni e stato di conservazione. Alcune sono diventate simboli del paesaggio calabrese, altre restano quasi invisibili, inglobate nella vegetazione o incorporate in edifici più recenti. E molte si trovano in luoghi di rara bellezza.
Lungo il Tirreno
Torre Talao a Scalea è uno dei simboli architettonici della Riviera dei Cedri. Sorge su uno scoglio a ridosso del mare — originariamente era un isolotto circondato dalle acque, poi attaccatosi alla terraferma per un progressivo fenomeno di interramento — e fu costruita nel 1563 per volere del viceré don Pedro Afán de Ribera. Alla sua base si apre la Grotta di Torre Talao, uno dei più importanti giacimenti preistorici della costa tirrenica meridionale. Dal punto sommitale della struttura la vista spazia sulla Riviera, sull’Isola di Cirella e sulle cime dell’Orsomarso del Parco Nazionale del Pollino. Nel Novecento divenne sede di una Scuola Pitagorica.

Torre Talao – Scalea
A San Nicola Arcella quella conosciuta come Torre Crawford ha preso il nome dallo scrittore statunitense Francis Marion Crawford, che si innamorò della baia durante un viaggio in barca e vi ambientò parte dei suoi racconti; in realtà fu costruita anch’essa nel XVI secolo come parte del sistema difensivo costiero del Regno di Napoli. Ha la classica pianta quadrata, mura spesse e una bella merlatura superiore. I restauri eseguiti nel tempo ne hanno permesso la conservazione autentica, se pure adattata a funzioni residenziali e culturali.


Torre Crawford – San Nicola Arcella
Il Castello Aragonese di Pizzo Calabro, in provincia di Vibo Valentia, sorge su un’alta scogliera a strapiombo sul Golfo di Sant’Eufemia. Ferdinando I d’Aragona lo fece costruire nella seconda metà del XV secolo su una torre angioina del 1380, la cosiddetta Torre Maestra. È noto come Castello Murat perché qui fu imprigionato e fucilato il 13 ottobre 1815 Gioacchino Murat, re di Napoli, le cui spoglie riposano nella vicina Chiesa di San Giorgio. Ospita il Museo Murattiano ed è aperto al pubblico tutto l’anno.


Castello Aragonese di Pizzo Calabro
Più a sud, sul promontorio di Capo Vaticano, erano collocate cinque torri, di cui restano oggi la Torre Marrana, Ruffa e Balì. Un luogo sicuramente strategico per gli avvistamenti, ma che si legò anche ai miti e alle leggende, come quella di Torre Ruffa, testimone del sacrificio di Donna Canfora. Si narra che i pirati saraceni, per aggirare l’allarme della torre, si finsero pacifici mercanti esponendo sete preziose sulla riva. Attratta dall’inganno, la nobildonna fu rapita e trascinata sulla nave; pur di non perdere la libertà , scelse di gettarsi tra i flutti proprio guardando alla torre, tingendo il mare con l’azzurro cangiante del suo velo.


Torre Ruffa – Capo Vaticano – ph Musei Ricadi
Tra i monumenti meglio conservati c’è poi il Castello Aragonese di Reggio Calabria, nato su una collina che allora guardava alla Sicilia e allo Stretto, prima che venisse inglobato nel cuore della città . Le sue origini sono bizantine, risalenti al IX-XI secolo, quando Reggio era capitale del Thema di Calabria. Nel 1458, alla morte di Alfonso d’Aragona, il suo successore Ferdinando I ordinò che al castello venissero aggiunte le due torri cilindriche che ancora oggi ne caratterizzano la sagoma; nel corso del Cinquecento il governo vicereale ne rafforzò ulteriormente le difese, mentre nel 1543 la città fu devastata dalle incursioni della flotta ottomana guidata da Khayr al-Din Barbarossa. Oggi ospita mostre temporanee ed eventi culturali.


Castello Aragonese di Reggio Calabria
Sullo Jonio
Il Castello di Le Castella, nell’Area Marina Protetta di Isola Capo Rizzuto in provincia di Crotone, è l’unica fortezza aragonese calabrese costruita a pelo d’acqua. Si raggiunge a piedi attraverso una sottile striscia di terra con il mare che la circonda quasi per intero, e la vista che si apre da lì — sull’acqua color smeraldo e sulle scogliere basse — è tra le più fotografate di tutta la Calabria. L’edificio ha una pianta irregolare che ingloba una torre cilindrica di origine angioina del XIV secolo con scala a chiocciola in pietra; i bastioni quadrangolari furono aggiunti dal conte Andrea Carafa tra il 1510 e il 1526. Nella parte interna di un muro al piano della merlatura si legge ancora, grossolanamente graffita sulla calce, la data 1542, segno dei lavori di rinnovo resi necessari dopo l’incursione del 29 aprile 1536. Nella curva di costa tra i capi Castella, Rizzuto e Cimiti e il promontorio Lacinio — circa ventitré chilometri — Valente aveva censito otto torri e due castelli. E tra le storie che le mura custodiscono c’è quella di un bambino calabrese rapito qui e diventato poi il corsaro Occhialì, o Uccialì, «Terrore dei Mari», ammiraglio della flotta ottomana.


Il Castello si è rivelato anche location ideale per le produzioni cinematografiche. Qui Mario Monicelli girò nel 1966 alcune scene del film L’armata Brancaleone con Vittorio Gassman e Gian Maria Volonté. Più recentemente lo stesso scenario è stato utilizzato come set per alcune sequenze della nuova serie televisiva Sandokan con Can Yaman.


Torre aragonese di Melissa
La Torre di Melissa, comunemente chiamata il Torrazzo, sempre sul versante ionico e nel cuore della zona del vino Melissa DOC, per la pianta ottagonale è un unicum architettonico nel sistema difensivo costiero calabrese. Edificata nel XVI secolo si eleva su tre piani e ha un cortile interno dotato di pozzo. Oggi ospita il Museo della Civiltà Contadina, e offre una magnifica vista da Punta Alice a Capo Colonna.
Il destino delle 121 censite
Nel 1862, con la fine della funzione militare, molte torri furono messe in vendita e acquistate da privati. Alcune erano già state adibite a dogane durante il decennio francese, altre a carceri, altre ancora a depositi. Le più fortunate sopravvivono integrate in abitazioni private o in strutture ricettive, con le mura originali ancora leggibili tra le costruzioni più recenti. Gustavo Valente, che le aveva percorse tutte negli anni Sessanta del Novecento, ne censì centoventuno lungo le coste della Calabria. Quelle descritte qui sono solo alcune delle più note, ma il sistema era molto più esteso, e lungo entrambe le coste restano torri meno conosciute, spesso in luoghi di grande bellezza, che aspettano ancora di essere raccontate.
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)
Fonti principali: Gustavo Valente, Le torri costiere della Calabria, Frama Sud, Chiaravalle, 1972 — Padre Giovanni Fiore, Della Calabria illustrata, 1691 — Scheda della Soprintendenza Monumenti e Gallerie di Cosenza, Castello Aragonese di Reggio Calabria, novembre 1977 — Agostino Pantano, La leggenda di Donna Canfora, in scritti sul territorio ricadese.


