Sant’Elia di Cubasina, il monastero del maestro di Petrarca e Boccaccio

Preziose testimonianze di una Calabria monastica, culturale e spirituale poco conosciuta. Sono i resti del monastero di Sant’Elia lo Speleota, nell’entroterra tra Giffone e Galatro, in contrada Cubasina. Un luogo appartato, difficile da raggiungere, che conserva le tracce di uno dei più antichi insediamenti basiliani dell’area, fondato tra il X e l’XI secolo.
Qui, sui rilievi che separano la Piana di Gioia Tauro dall’interno aspromontano, le rovine che emergono tra la vegetazione sono muri spessi sgretolati dai terremoti, e poi dal definitivo abbandono. Un frammento isolato rimasto a raccontare la natura del luogo, nato per la preghiera, lo studio, la vita ascetica.



Il monastero di Sant’Elia nasce in un tempo di partenze precipitose e ricostruzioni. Furono infatti i monaci greco-basiliani, in fuga dalla Sicilia verso la Calabria a causa delle incursioni saracene, a trovare in queste alture un rifugio sicuro. La tradizione vuole che proprio qui sia stato traslato, nel 1075, il corpo acefalo di Sant’Elia lo Speleota, mentre la testa sarebbe custodita a Seminara, nel santuario della Madonna dei Poveri.
Le fonti raccontano di un complesso molto più ampio di quello che oggi è visibile, con grotte utilizzate come celle, spazi di preghiera e luoghi di accoglienza per i viandanti. Una dimensione in parte rupestre che si ritrova in molti insediamenti basiliani della Calabria, dove il confine tra architettura e natura era volutamente sottile. Poco distante dal complesso monastico si trova una grotta, anch’essa legata alla presenza di Sant’Elia. All’interno c’è una vasca in pietra granitica dalla quale sgorga un’acqua ritenuta miracolosa, che la devozione popolare racconta non trabocchi mai. Accanto, un altare di epoca recente e, alle spalle, una nicchia con mensola e iscrizioni in greco, considerata parte dell’altare originario.



Tra queste mura visse e studiò per lunghi anni anche Bernardo da Seminara, conosciuto come Barlaam, un grande del pensiero medievale. Teologo, filosofo, matematico, studioso della musica bizantina, fu maestro di lingua e letteratura greca di Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio e venne nominato da papa Clemente VI vescovo di Gerace nel 1342. La sua formazione e la sua esperienza in luoghi come Cubasina raccontano una Calabria tutt’altro che marginale, inserita nei grandi dibattiti culturali e religiosi del Mediterraneo.

Con il passare dei secoli, il monastero venne abbandonato dai basiliani alla fine del Quattrocento e occupato dai Cappuccini, che vi rimasero fino all’inizio dell’Ottocento. Il terremoto del 1783 ne compromise gravemente le strutture; poi la soppressione del 1808 ne segnò la fine definitiva come luogo di culto. Nel Novecento, ciò che restava fu utilizzato come deposito, spogliato dei marmi preziosi e delle pietre bugnate del portone, riutilizzate come contrappesi nei palmenti.
Qui capita ancora di incontrare visitatori che ricercano il valore della memoria e della storia. Persone in cerca di pace e contemplazione. Restano a lungo, quasi in atteggiamento orante, dopo ore di cammino, immaginando i fasti antichi e la santità di un luogo ormai abbandonato all’incuria.
È la Calabria austera e delle bellezze nascoste. E nel silenzio più assoluto, c’è chi giura di percepire, tra queste mura, i canti greci degli antichi monaci, soprattutto al crepuscolo.
(Da.Ma.) info@meravigliedicalabria.it
Foto di Saverio Corigliano


