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Domenica delle Palme, in Calabria i riti tra cristianità e misteri eleusini

Domenica delle Palme, in Calabria i riti tra cristianità e misteri eleusini

Nella settimana che precede la Pasqua, in Calabria, il confine tra la liturgia cristiana e la memoria contadina diventa così sottile da sparire del tutto. Non è solo questione di processioni o di funzioni in chiesa: sono i retaggi di un’intera cultura che attraverso i simboli della palma, dell’ulivo e del corpo dichiara la propria continuità con il mondo. In nessun altro periodo viene mostrato con tanta nitidezza come il sacro cristiano abbia assorbito i cicli agricoli, i tempi della natura e i miti della Magna Grecia che l’hanno preceduto.

Per giorni nell’area della Sila Greca e in molte zone del Cosentino, vengono scelte le foglie di palma giovani, ancora di un giallo quasi bianco, e lavorate finché non cedono alla pressione delle dita senza spezzarsi. Vengono piegate con una sequenza di movimenti imparata a memoria, e il risultato sono croci, cestini, colombe, fisarmoniche, ognuna con un significato di abbondanza e protezione. Il palmizio finito viene caricato di fichi secchi, nastri colorati e coronato in cima da un’arancia. Nella zona del Reggino, i ragazzi lo preparano per le innamorate, che ricambiano con i ginetti — taralli coperti di glassa bianca lucida — o con dolci della tradizione a forma di cuore con un uovo al centro. La palma intrecciata diventa una sorta di alfabeto privato, un modo di spiegare simbolicamente un sentimento che non si esprime ad alta voce.

Una volta benedetti in chiesa, quei rami amuleto trovano sempre il loro posto. I contadini li posano sulla terra arata per propiziare il raccolto, i pescatori li legano alla prua delle loro barche, mentre in casa si appendono dietro la porta d’ingresso, dove restano per l’anno intero. Esiste ancora, in alcune zone interne, l’usanza di bruciare un frammento di ulivo benedetto nel camino durante i temporali, come scudo contro i fulmini.

Ma il giorno che ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme in alcuni luoghi della Calabria la liturgia sacra diventata tutt’uno con i miti più antichi, come a Bova, nell’Aspromonte reggino.  Qui le Persephoni — chiamate Pupazze — sono le tracce di un culto che precede il cristianesimo di secoli che gli studiosi fanno risalire alle pratiche eleusine della Magna Grecia. Sono figure femminili di quasi due metri, erette attorno a canne di bambù e avvolte da foglie di ulivo intrecciate.

Le Madri sono imponenti e severe nelle proporzioni. Le Figlie sono più piccole, cariche di margherite bianche e gialle. Su entrambe vengono appesi bergamotti, mandarini e fave fresche, mentre il collo è adornato da un pendente particolare: il Musulupo, il formaggio ricavato da stampi di legno intagliati con profili femminili e forme che richiamano la maternità e la fecondità della terra.

Il riferimento al mito di Demetra e Persefone è nella forma stessa del rito, nelle due figure, nelle primizie che le ornano, nel fatto che al termine della messa le statue vengano smembrate e i ramoscelli benedetti — le steddhe — vengano portati via dai fedeli a protezione della casa e del lavoro. Persefone che torna dagli inferi porta con sé la fioritura. Il grano che germoglia. Cristo che risorge.

A Caulonia, da sempre, si compie invece il cerimoniale della “bussata“, l’atto che inaugura i riti pasquali. Durante la mattinata delle Palme, i fedeli procedono con le loro fronde d’ulivo intrecciate verso il portone serrato della chiesa Matrice. Una volta giunto sul sagrato, il sacerdote impugna l’asta della croce processionale e percuote con decisione il legno per tre volte consecutive.

Quando i battenti si spalancano dall’interno, la folla invade la navata rievocando l’ingresso trionfale di Cristo a Gerusalemme e, mentre intonano canti in latino, compiono la gira, un movimento circolare lento tra le navate che anticipa i tri sirati, tre serate di preghiera che precedono il Venerdì di Passione, avviando quel ciclo di celebrazioni che culminerà nel Caracolo del Sabato Santo.

L’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani ha descritto questi riti come Â«strategia della speranza» poiché il rito è l’espediente con cui le comunità contadine hanno storicamente risposto alla precarietà dell’esistenza, alla siccità, alla malattia, alla morte prematura. Speranze riposte anche nei proverbi. Parma chiovusa gregna gravusa â€” palma piovosa, covone pesante. La pioggia in quel giorno sarebbe stato un buon segno per il grano. Chissà se lo è ancora. Vito Teti ha invece spiegato come queste ricorrenze abbiano acquistato nel tempo una funzione ulteriore in una regione segnata dallo spopolamento. La processione del palmizio e la bussata al portone sono anche gesti con cui un paese dice di esistere ancora, di essere abitato, e di avere qualcosa, anzi tanto, da tramandare. Come un vero atto di resistenza.

di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)

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