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I giorni di novembre, cibo per gioire e per commemorare

I giorni di novembre, cibo per gioire e per commemorare

Fino a qualche tempo fa, quando arrivava il periodo di Ognissanti, il silenzio sembrava posarsi lento, come la nebbia che scende dai monti. C’era qualcosa di strano nell’aria, che nessuno sapeva spiegare se non con i racconti tramandati da sempre. E i bambini lo sapevano, prima ancora che gli adulti glielo dicessero. I piccoli conoscevano questo strano passaggio tra due mondi, e lo sentivano come fosse parte di loro. Chissà.

In quelle notti precise, sembravano avere un sonno leggero, stavano con gli occhi socchiusi, quasi a voler catturare un filo di magia, un dono, come quando arriva Natale. Al mattino, eccoli lì: i Morticeddri si materializzavano. Piccoli frutti di pasta reale, colorati e dolci, lasciati quasi come una promessa, o un abbraccio venuto da lontano. Ogni dolcetto, era un messaggio che i bambini coglievano subito, senza parole: “Noi siamo qui, anche se non ci vedi”. Lo sapevano, e per loro non c’era paura, solo la familiarità di un gesto antico, ripetuto tante volte.

C’erano gli adulti, quelli che sapevano cosa volesse dire sedersi a tavola, con un bicchiere di vino che nessuno avrebbe bevuto, e una sedia vuota. Era d’uso, a novembre, apparecchiare la tavola per chi non c’era più, con del pane, una brocca d’acqua, a volte anche un mazzo di carte. Esattamente come preparare una festa silenziosa, per un ospite invisibile. Quando ci si alzava al mattino, l’acqua nella brocca si trovava leggermente calata, e magari il bicchiere segnato.  Forse quell’anima si era seduta e aveva rivolto una preghiera per i vivi. Per loro – per i morti – è così che si mostra l’amore. Non c’è nessuno, in Calabria, che non sappia cosa vuol dire apparecchiare per i morti.

Luigi Maria Lombardi Satriani, di questa cultura antica ha scritto tanto, in particolare ne “Il ponte di San Giacomo”, e spiegava che “i morti sono presenze protettive”, un po’ come nella tradizione lo era San Nicola, o lo è oggi il folklore di Babbo Natale o Befana, che lasciano piccoli doni, che vegliano senza far paura.

Tutti i cibi, in quei giorni, raccontano una storia. Le fave abbrustolite, per esempio, consumate nel vibonese, perché considerate cibo dei morti. Poi dalle parti di Crotone, ma sembra tradizione ormai diffusa in molti paesi calabresi, è consuetudine preparare una pasta, tipo tagliatelle spezzate, con i ceci. Per il giorno di Ognissanti o il 2 novembre, se ne cucina in abbondanza da distribuire all’intero vicinato. Oppure, per ricordare insieme ai parenti i propri cari, si organizza il  pranzo a casa per mangiare insieme la pasta “per l’anima dei morti”

Poi, le “Ossa di morto”, biscotti di mandorle che profumano di cannella e chiodi di garofano, golosi e friabili, quasi a ricordare la fragilità del tempo. Ogni piatto, ogni dolce è una preghiera, un modo per dire che, chi non c’è più, è qui accanto a noi, come il profumo che si sente in cucina, come la voce che resta nella mente. Per i calabresi, i morti non sono figure lontane, ma presenze domestiche. Lombardi Satriani diceva che, in Calabria, “i morti vivono accanto a noi, nelle cose, nei cibi, negli odori della nostra tavola”. Ogni novembre, senza clamore, senza maschere, da qualche parte, ancora, si rinnova questo legame fatto di attese e di piccole attenzioni. E le case si riempiono di profumo buono, come quello dei ricordi.

di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)

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