I palmenti rupestri in Calabria, ovvero: come si faceva il vino migliaia di anni fa

Quando pensiamo all’Italia e ai suoi monumenti, ci sono certi classici che verrebbero in mente a chiunque, anche dall’altra parte del mondo. Chi non ha una foto mentre regge, in prospettiva, la Torre di Pisa? E chi non ha mai pubblicato una storia su Instagram con la colonna sonora de “Il Gladiatore” all’interno del Colosseo? È una parola bellissima monumento, ha dentro di sé il ricordo perché viene dal latino “monumentum” che deriva da “monēre”, ricordare. Vuol dire che chi ha forgiato quella pietra o quel marmo aveva qualcosa da scolpire e raccontare perché resistesse al tempo. Ed è proprio nella pietra che, in Calabria, troviamo le tracce e la memoria di un passato che, più che un tempo lontano, è una radice: siamo il frutto di chi ci ha preceduto. La metafora non potrebbe essere più calzante visto che non parliamo solo della vita, in generale, ma proprio della vite, la pianta che ha dato il via alla nostra tradizione enologica e poi ha fatto scuola nel resto del Paese. Se fosse un libro, il primo capitolo avrebbe certamente come titolo “La Calabria”, seguirebbero poi quelli sulle rotte commerciali responsabili dei viaggi dei vitigni che, nel lungo periodo, hanno attecchito altrove diventando autoctoni qua e là.



Capo Zefirio, dove vinificavano i Greci
Cosa c’entrano i monumenti con il vino? Basta rotolare verso Sud per capirlo. Io l’ho compreso quando ho messo piede a Bianco (RC), un paesino che pulsa tra l’Aspromonte e la Costa dei Gelsomini, nella patria del Greco di Bianco. Mi si è aperto un mondo quando dal belvedere mi sono affacciata sulla scogliera di Capo Bruzzano, al tempo Capo Zefirio: la vista toglie il fiato, nonostante la brezza del mare. Migliaia di anni fa, le navi dei Greci approdavano su queste spiagge avorio che oggi accolgono turisti in costume da bagno e sostavano per la vinificazione per poi riprendere il largo verso i porti del Mediterraneo.
800 palmenti, eredità di epoche lontane
Dove adesso si rincorrono le onde, allora vi erano dei palmenti, arcaica “cantina” a cielo aperto in cui le uve venivano pigiate. Il mosto, poi, scorreva in una “vasca” sottostante dedicata alla fermentazione e il vino ottenuto era sistemato nelle anfore, pronto per affrontare le acque. Ecco cosa c’entrano i monumenti: i palmenti sono manufatti scavati nella roccia, nell’arenaria, che era abbastanza “friabile”; laddove non era presente, i palmenti venivano realizzati in muratura mista e poi impermeabilizzati. Il “pavimentum”, quindi, era costituito da vasche, una superiore chiamata battiscu e una inferiore, pinàci, comunicanti tra loro attraverso un foro, ovvero: come si faceva il vino centinaia e centinaia di anni fa. Tra la Fiumara di Ferruzzano e il Buonamico ne sono stati rinvenuti circa 750. Si arriva a 800 se ci spingiamo fino a Santa Caterina dello Ionio (CZ) che, un tempo, costituiva il limite settentrionale locrese della Magna Grecia.



Sulle tracce di una tradizione
Come le più belle scoperte della storia, anche i palmenti rupestri sono venuti alla luce per caso, quando qualcuno si è messo con una zappa a scavare nel terreno che, magari, si è trovato ad acquistare per renderlo coltivabile. Una passeggiata in questo angolo di Locride alla scoperta dei monumenti del vino è un viaggio bellissimo: salite e discese, fiori di carciofo, alberi da kiwi e piccoli branchi di capre. In realtà, è un viaggio nel tempo: a Sant’Agata del Bianco, ad esempio, sono stati rinvenuti tre palmenti appartenuti a tre epoche diverse e lontane, età pre-ellenica, romana e bizantina. E basta chiudere per un attimo gli occhi e lasciare spazio alla fantasia: all’improvviso sei lì a lasciare i gambali accanto alla pietra per pigiare scalzo. È il potere dei monumenti e del ricordo. Anche per questo motivo la vicina Bianco (la stessa Bianco che il prof. Attilio Scienza ha proposto di candidare a capitale dei palmenti) ha il suo Museo del Vino: reperti e testimonianze della civiltà contadina e palmenti di vinificazione che risalgono a epoche remote. Mi piace pensare alla spiaggia avorio di Capo Bruzzano e immaginare di mettere i piedi nelle tracce lasciate migliaia di anni fa, come un bambino quando cammina dietro al papà sulla sabbia: il suo piedino si perde nell’impronta che lo precede. E anche il nostro: perché discendiamo dai giganti dell’enologia ma abbiamo una viticoltura e una viti-cultura pronta a farsi passato, radice e monumento.
Rachele Grandinetti


