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I tesori di Federico II, la Stauroteca di Cosenza al Museo Diocesano

I tesori di Federico II, la Stauroteca di Cosenza al Museo Diocesano

È la storia che racconta a una città da dove viene. Quando non lo dice con le parole, lo fa con gli oggetti che ha lasciato in eredità — nati lontano chissà dove, affidati a un luogo che li riconoscerà come propri. Cosenza ne possiede uno, tra i più straordinari del Mezzogiorno medievale: una croce in lamina aurea e smalti che ha in sé l’arte normanna di Palermo, la teologia di Bisanzio e la storia di Federico II.

Al Museo Diocesano di Cosenza questa croce reliquiario — la Stauroteca, conosciuta anche come Croce di Federico o Croce bizantina — è il punto di orientamento di un intero progetto culturale, un’opera attorno alla quale ruota quasi un millennio di arte sacra diocesana.

Il Museo nasce dal lungo lavoro di studio del patrimonio ecclesiastico dell’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano. Paramenti, sculture lignee, dipinti e suppellettili qui sono disposti come un racconto del patrimonio storico, artistico e liturgico sostanzialmente integro. Tutto è attorno a due capolavori che rappresentano il cardine dell’arte e della devozione cittadina, la Stauroteca e l’Icona della Madonna del Pilerio.

La croce, materia e tecnica

La croce misura 25,7 centimetri in altezza e 20,7 in larghezza, senza contare il piedistallo in argento dorato aggiunto in epoca tarda. È realizzata in lamina d’oro su anima lignea e decorata con medaglioni a smalto cloisonné di qualità eccezionale, caratterizzati da una gamma cromatica ricca e armonizzata, da cui emerge marcatamente il disegno creato dai sottili tramezzi che separano gli alveoli. La superficie è percorsa per esteso da una filigrana detta «a vermicelli» — filo d’oro attorcigliato su se stesso e ripiegato due volte verso l’interno in senso antiorario — sul quale la luce si posa e vibra, accentuata dal contrasto con il fondo liscio. Questo tipo di lavorazione, non attestato in alcuna altra produzione orafa europea del periodo, è oggi riconosciuto come il tratto più caratteristico delle manifatture normanne di Palermo.

Sulle due facce della croce si legge un’iconografia complessa e originale, paragonata a quella di una cappella dipinta. Sul recto, il Cristo Pantocratore assiso in trono, benedicente con la mano destra e con il libro chiuso nella sinistra; lateralmente i quattro Evangelisti nell’atto della scrittura, con i loro strumenti da copista — stilo, calamaio, raschietto — resi con gusto minuzioso per il dettaglio.

Le placche ornamentali romboidali che occupano i bracci recano decorazioni fitomorfe a tricromia bianco, rosso e verde, secondo un repertorio ornamentale diffuso nella produzione di smalti mediobizantini. Al centro del recto, la cavità a forma di croce lascia a vista il frammento di legno della Vera Croce.

Sul verso campeggia la Crocifissione. Il Cristo morente con il capo reclinato sulla spalla destra, il corpo gravato dal proprio stesso peso, i piedi inchiodati separatamente al suppedaneo. Ai lati della croce, la Vergine dolente e, in posizione del tutto eccezionale per l’iconografia medievale, san Giovanni Battista in atteggiamento intercessore. In alto un arcangelo, forse Michele, sorregge il globo cosmico; in basso un piccolo medaglione raffigura un altare con il paliotto rosso ornato di croce, su cui sono disposti il calice, la patena e i simboli della Passione, della Resurrezione e dell’Eucarestia.

La placchetta controversa

È questa placchetta inferiore che ha generato il dibattito iconografico più animato. L’iscrizione abbreviata HC TA — sciolta dalla critica come abbreviazione di ἡ σταύρωσις, «la Crocifissione» — trasforma l’immagine dell’altare in un riferimento diretto al sacrificio eucaristico, stabilendo un legame esplicito con la grande scena della Crocifissione soprastante. La presenza di un’aquila sopra la mensa rinvia al passo evangelico in cui Gesù indica nel rapace il simbolo dei fedeli raccolti attorno al suo corpo. L’altare, con la sua forma a blocco parallelepipedo di chiara origine occidentale, sottolinea la vocazione ibrida dell’intera opera, temi e immagini di derivazione orientale rielaborati secondo la sensibilità occidentale.

La questione critica

La critica moderna colloca la Stauroteca alla fine del XII secolo, tra le opere più alte dei laboratori della corte normanna, e la pone in relazione stilistica con i mosaici del Duomo di Monreale. Gli stessi panneggi nervosi, lo stesso uso costruttivo del colore nella definizione anatomica delle figure, la stessa inclinazione verso una fisicità che anticipa le tendenze dello stile europeo intorno all’anno 1200. Il dibattito sull’attribuzione — se opera di manifattura costantinopolitana o dei laboratori palermitani — ha impegnato oltre un secolo di studi. La risposta oggi prevalente riconosce nell’opera un prodotto del Tiraz di Palermo, con la probabile presenza di un maestro greco specializzato nello smalto cloisonné chiamato a lavorare alla corte normanna.

La storia della croce a Cosenza

La tradizione vuole che nel 1222 Federico II abbia donato la croce al Capitolo della Cattedrale di Cosenza in occasione della consacrazione dell’edificio, ricostruito dopo il terremoto del 1184. Il documento originale non esiste, ma gli studiosi considerano l’evento verosimile, coerente con la politica federiciana di unità del regno meridionale e con i rapporti dell’imperatore con l’arcivescovo Luca Campano, promotore della ricostruzione della Cattedrale.

Una rilettura recente del Liber usuum Ecclesiae Cusentinae, composto dallo stesso Luca Campano nel 1213, attesta l’uso di una croce-reliquiario nella liturgia del Venerdì Santo, riferimento che la critica ha collegato alla Stauroteca. La presenza della croce in città è documentata anche dalla testimonianza del bacio offertole da Carlo V nel 1535 durante la sua visita a Cosenza, e dall’inventario delle reliquie della Cattedrale redatto nel 1695 da Giovanni Battista.

Il piedistallo

Il piedistallo tardo-gotico in argento dorato su cui poggia oggi la Stauroteca è opera di un orafo spagnolo tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento. I due angeli associati al Crocifisso e il calice posato sullo sbalzo dei lobi laterali del piede compongono un impianto iconografico coerente con quello della croce.

La sua realizzazione si spiega con il rinnovato interesse per le reliquie della Vera Croce seguito al Concilio di Firenze del 1439, un momento in cui in Occidente si moltiplicano i rifacimenti e le aggiunte di reliquiari importati da Bisanzio.

La scoperta internazionale

Per secoli la Stauroteca rimase pressoché ignota agli studiosi. La sua prima apparizione pubblica avvenne nel 1896, all’Esposizione di Orvieto, dove Émile Bertaux la definì «la rivelazione più straordinaria» dell’intera rassegna. Nel 1931 fu esposta a Parigi, all’Exposition internationale d’art byzantin, e fu lì che il dibattito sulla sua origine entrò nel vivo. Poi arrivarono la mostra sui Normanni a Roma nel 1994, Federico II e la Sicilia a Palermo nel 1995, e le celebrazioni federiciane di Palermo e Vienna tra il 2003 e il 2004.

Il percorso museale

Attorno alla Stauroteca, il museo con le sale tematiche. Qui si trova una copia dell’icona della Madonna del Pilerio (il quadro originale si trova nella cappella a lei dedicata nella Cattedrale) della seconda metà del XIII secolo attribuita a un momento complesso della cultura artistica meridionale, a cavallo tra le influenze siciliana, toscana, campana e pugliese, e considerata dalla ricerca più recente un capitolo conclusivo dell’arte federiciana. L’icona ritrae la Madonna nell’atto di allattare il Bambino — iconografia della Galaktotrophousa — con il piccolo seduto sulla mano destra della Madre e i piedi poggiati sulla sinistra, la tunica stretta da una fascia rossa, il manto purpureo che avvolge entrambe le figure. Il fondo ha perso l’originaria doratura, ma ai lati dell’aureola restano leggibili le abbreviature del nome sacramentale in bianco a caratteri gotici.

Attorno all’icona la sala raccoglie gli oggetti della devozione cittadina come il baldacchino processionale in seta azzurra ricamata in oro che viene portato per le vie della città in occasione della festa patronale, e poi il parato del Quadro Divino, realizzato nel 1607, che porta due corone e due aureole in oro e argento con pietre scaramazze e diamantini.

Nella sala si trovano anche lo sportello di tabernacolo in filigrana d’argento del 1789, un medaglione-gioiello in diamanti e rubini con effigie della Madonna del Rosario della prima metà dell’Ottocento, gli ex voto della popolazione cosentina, una legatura di messale donata dalla famiglia Lupinacci e alcuni dipinti del XVII-XIX secolo che ripropongono il tema della Madonna che allatta.

Argento, tela, legno

Tra la preziosa argenteria liturgica c’è anche il calice detto del Papa, usato da Giovanni Paolo II durante la visita a Cosenza del 5 ottobre 1984, opera della bottega napoletana dei Russo della metà dell’Ottocento, con raffinata lavorazione a filigrana sulla base e sul sottocoppa.

È esposto accanto al corredo dell’arcivescovo Castiglione Morelli, prodotto a Napoli nella seconda metà del XVII secolo, e ai pezzi del corredo di Capece-Galeota, tra cui un calice con nodo figurato e una patena punzonata da Sebastiano Aiello, argentiere documentato a Napoli tra il 1731 e il 1798.

Tra le opere di maggior rilievo storico-artistico c’è la tela dell’Immacolata Concezione di Luca Giordano, massimo esponente della pittura napoletana del tardo Seicento, documentata con un acconto di pagamento del 1665. Accanto si trovano due tele dello stesso soggetto di Giuseppe Pascaletti, pittore calabrese nato nel 1699 a Fiumefreddo Bruzio, importante veicolo di novità culturali nella Calabria settentrionale del Settecento. Al pittore è attribuita anche una tela del 1749 con la Madonna tra i Santi Domenico di Guzman e Gaetano da Thiene. Ad Andrea Vaccaro, pittore barocco napoletano documentato tra il 1604 e il 1670, è attribuito il San Gennaro proveniente dalla chiesa di San Giuseppe di Luzzi, reso con la minuzia realistica del suo stile maturo.

L’arte dell’intaglio ligneo è nei busti dipinti e dorati di derivazione monastica, con reliquiari antropomorfi a braccio e nel polittico della Madonna col Bambino e Santi del 1545, proveniente dalla chiesa di Santa Maria della Misericordia di Borgo Partenope. Il pannello superiore raffigura l’Arcangelo Gabriele, la Santissima Trinità e la Vergine Annunciata; quello inferiore la Madonna col Bambino in trono, san Giovanni Battista e, sulla sinistra, una figura maschile identificata forse con San Michele.

Nell’ultima sala, quattro figure in legno intagliato, dipinto e dorato: San Pietro, San Paolo, San Lorenzo e un vescovo identificato forse con Sant’Agostino, attribuiti ad Aniello Stellato, con le vesti lavorate ad estofado de oro — una tecnica che graffia il colore steso sopra la doratura per far emergere i motivi preziosi dalla superficie. Sono pezzi di primo Seicento napoletano, lontani per epoca e tecnica dalla Stauroteca che apre il percorso.

Grazie allo Stupor Mundi la città conserva da più di ottocento anni la reliquia della Vera Croce racchiusa in un simbolo di straordinaria bellezza — come il suo pensiero, rivolto alla poesia, all’arte, alla natura, alla meraviglia di culture diverse, al dialogo tra i popoli.

di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)

Fonti: Stefano Martinelli, La stauroteca di Cosenza. Iconografia, tecnica, stile, tesi di specializzazione in Beni storico-artistici, Università di Pisa, a.a. 2011-12; schede scientifiche del Museo Diocesano di Cosenza.

Foto Museo Diocesano Cosenza

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