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Il MAB di Cosenza si amplia con dieci nuove sculture del Novecento

Il MAB di Cosenza si amplia con dieci nuove sculture del Novecento

Fuori dai musei, opere d’arte condividono la dimensione quotidiana dei cosentini. Tra attività commerciali, caffè e uffici consacrano il vincolo antico tra arte, architettura e ambiente, facendosi guardare e sfiorare nello spazio aperto, unite dal filo che tesse la grande storia artistica e culturale.

È questa la scelta radicale che sta alla base del MAB, il Museo all’Aperto Bilotti di Cosenza, un percorso espositivo permanente che si snoda in meno di un chilometro sull’isola pedonale di Corso Mazzini e nelle due piazze che lo chiudono. Quaranta opere del Novecento dichiarate di interesse storico e artistico, accessibili a tutti, in qualsiasi momento, senza distanze e senza mediazioni.

L’idea nacque da Carlo Bilotti, imprenditore cosentino con una passione per l’arte che andava ben oltre il collezionismo. Era suo il desiderio di portare le opere fuori dai musei e calarle nella vita quotidiana dei suoi concittadini, fare in modo che l’arte non fosse un’esperienza separata ma una presenza costante, familiare, democratica. Dopo la sua scomparsa nel 2007, Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona ha proseguito nel progetto con la stessa visione, lavorando con fondazioni, archivi, artisti e loro eredi.

Il percorso del MAB è tra i più articolati e coerenti che uno spazio urbano italiano possa vantare. Le sculture seguono le grandi stagioni dell’arte del Novecento, dai movimenti delle avanguardie storiche fino alle ricerche più personali e innovative del secolo; lo fanno con materiali — marmi, bronzi bruniti e dorati, ferro, pietra — che evocano il mondo classico della Magna Grecia.

Una passeggiata tra le avanguardie storiche, tra la tensione futurista di Giacomo Balla nel suo omaggio a Boccioni e alla Calabria che lo ha generato e Gino Severini che fa del pensiero futurista e cubista una sintesi intellettuale. La grammatica metafisica di Giorgio de Chirico, fatta di silenzi, spazi architettonici dilatati e presenze inquiete, e il peso visionario del Surrealismo di Salvador Dalí, con cui l’impossibile diventa persino plausibile. Il monumentalismo civile di Mario Sironi e di Arturo Martini sonda immaginari diversi, di figure che perdono identità individuale per diventare massa, simbolo, memoria collettiva, eredi diretti di una statuaria dalle radici antiche. Quella stessa tradizione da cui partono Giacomo Manzù, Emilio Greco e Pericle Fazzini, che la declinano in forme più liriche, con una plasticità ora curiale e umana, ora sensuale e classica, ora compatta e mitica.

ph Vittorio Martire -CC-BY-SA-4.0

E ancora Antonietta Raphaël Mafai e il pathos delle sue figure drammatiche e realistiche, in una ricerca intimistica che non ha equivalenti nel panorama italiano. Pietro Consagra, grande astrattista del Sud, con otto opere che sono la sintesi formale delle azioni dell’uomo e gli ingranaggi della società. Poi Giò Pomodoro che firma la monumentale Spirale ’82, tra le sue opere pubbliche più importanti; Mimmo Rotella con il lupo che omaggia la Sila e la Calabria; Alba González con una drammatica trasfigurazione simbolica e Giuseppe Gallo, con I filosofi guerrieri in corten, dualismo tra istinto e utopia, archetipo della natura umana.

Lungo il percorso tornano i grandi episodi del mito che abitano i racconti di un territorio che fu estensione della Grecia classica. Il colonnato e i bronzi di Sosno, la Sibilla di Fazzini, la Cariatide di Modigliani, la Chimera di González, l’addio struggente di Ettore e Andromaca di de Chirico, le opere della Raphaël evocano e riportano al presente un passato glorioso.

Ora a questa cospicua collezione si aggiungeranno nuove opere. La Giunta comunale ha infatti approvato l’installazione di dieci nuove sculture. Si tratta delle tre Danseuses in bronzo del 1962 di Gino Severini, La Fouettée, Relevé sur pointe e Attitude, figure in cui il pittore aretino condensa decenni di ricerca sul movimento, sul corpo femminile e sul dialogo tra avanguardia e classicità. Di Giacomo Balla sarà installata Linee di forza del pugno di Boccioni del 1915, in ferro rosso, un’opera che nel titolo stesso porta il nome dell’amico e collega, resa con il linguaggio del Futurismo in cui la materia metallica e industriale diventa forma pura ed energia. Di Sironi si aggiungerà la Donna acefala seduta del 1937, in marmo nero Marquina, della sua stagione più tormentata.

Tre opere appartengono invece ad Antonietta Raphaël Mafai, tra le scultrici più originali del Novecento italiano; Uomo in bagno del 1949 in marmo grigio bardiglio, Missione segreta del 1964 in marmo nero Marquina e Toro morente del 1937, ancora in marmo nero Marquina, tre momenti distanti nel tempo che mostrano la varietà e la profondità della sua ricerca. Infine saranno installate una Figura femminile di autore ignoto in marmo bianco di Carrara e il Nudo di donna del 1949 in bronzo di Michele Zappino.

Un concerto dinamico e infinitamente espressivo che allinea Cosenza a importanti poli culturali internazionali. Opere di questi stessi autori sono divenute icone, come Manzù e il suo Inno alla vita davanti alla sede dell’ONU o la porta della Basilica Vaticana, mentre lavori di Consagra si trovano davanti al Parlamento Europeo, al Quirinale e in Piazza Duomo a Milano. Opere degli stessi artisti sono inoltre presenti nei più importanti musei del mondo, dal Metropolitan al MoMA, dalla Tate all’Ermitage fino al Guggenheim.

Un museo all’aperto ribalta il concetto di fruizione e cambia anche il modo di vivere la città, che ha la fortuna di nutrirsi di una bellezza ormai irrinunciabile.

di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)

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