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La “Chiesa Greca” a Cosenza, ecco i tesori nascosti della cripta

La “Chiesa Greca” a Cosenza, ecco i tesori nascosti della cripta

Ogni volta che passeggiamo nel centro storico di Cosenza, scopriamo tesori nascosti che ci lasciano sempre meravigliosamente stupiti. Durante una di queste escursioni pomeridiane, decidiamo di andare a salutare il nostro amico Papas Pietro Lanza presso la Chiesa del Santissimo Salvatore, nota come “Chiesa Greca”, ma conosciuta dai suoi fedeli italo-albanesi come “Kisha Arbëreshe”, accanto alla chiesa conventuale di San Francesco di Paola.

Dopo una profonda chiacchierata sul rito bizantino e sulle bellissime icone presenti nella chiesa, originariamente donata all’Arciconfraternita dei Sarti e poi passata alla comunità Arbereshe, abbiamo deciso di visitare le cripte di cui vi abbiamo spesso parlato.

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Scendere nei sotterranei di questa chiesa è sempre suggestivo in quanto la visita al “putridarium” è un’esperienza particolare che suscita emozioni contrastanti: da un lato la curiosità spinge il visitatore nelle viscere di un luogo pieno di mistero, dall’altro il silenzio e le particolari tombe a scolatoio, delle piccole nicchie di pietra a forma di sedia dove venivano riposti i cadaveri in posizione fetale per fargli perdere i liquidi (una sorta di mummificazione naturale), ricordano la fragilità e la caducità della vita umana.

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Nell’ambiente ipogeo troviamo due vani: nel primo, a forma di cupola, gli scolatoi sono ricavati nella pietra tutto intorno alle pareti mentre nel secondo troviamo degli archi e le scatole dove sono riposte le ossa ritrovate. Proprio in questa seconda stanza il nostro amico Francesco Paolo Dodaro, presidente dell’associazione culturale “Coriolano Martirano”, scrittore e studioso di storia e arte, ci ha fatto notare incastonati nel soffitto dei frammenti di maioliche dipinte del ‘700, esempio di riuso di materiale antico in una delle ristrutturazioni di questo luogo sacro.

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Le forme sinuose presenti sulle formelle, caratterizzate da particolari decorazioni geometriche dipinte con colori accessi, dall’azzurro al verde acqua, risaltano su quelle mura austere e nude, prive di ornamenti ma pregne di dolore e di speranza nell’eternità. Chissà da dove provenivano queste mattonelle e se i muratori dell’epoca le hanno usato solo per tappare qualche falla nel soffitto oppure sono state usate per dare un tocco di colore in un luogo così oscuro e misterioso. (Alfonso Morelli team associazione culturale “Mistery Hunters”; foto: Mistery Hunters)

info@meravigliedicalabria.it

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