La terra dove il Gaglioppo narra secoli di viticoltura

di Rachele Grandinetti
Sai quanti sono 320 ettari? Considerando che un ettaro corrisponde a 10mila metri quadri vuol dire che stiamo parlando di tremilioniduecentomila metri quadri di terreno. Ora immagina di guardarli dall’alto: avrai la misura del perché Librandi è Librandi. È grande, e non solo per superficie vitata. È grande perché dici Librandi e parli di Calabria nel mondo: con una produzione di 2milioni e 200mila bottiglie, chissà su quante tavole in questo momento qualcuno starà degustando un Gaglioppo o un Greco Bianco, in tedesco o in cinese.
È una storia che viene da lontano, una famiglia unita, un posto bellissimo. Librandi è molte cose: un luogo in cui storicamente si produce vino e che ha saputo creare un marchio divenuto, nel tempo, identitario di tutto un territorio.

Siamo a Cirò Marina (nel crotonese), in quel lembo di terra che si affaccia sul mar Ionio, dove certi vignaioli hanno reso un paesino la città del vino e il nome Cirò sinonimo di enologia.
In principio era un ettaro e mezzo: nel 1916 i fratelli Librandi, Raffaele e Nicodemo, senza saperlo stavano posando la prima pietra del futuro di famiglia. La casa paterna si trasforma in cantina e nel ’53 si dà il via all’attività di imbottigliamento. Le stagioni si avvicendano e le generazioni pure, così negli anni Sessanta i figli di Raffaele, Nicodemo e Tonino, sposano la causa contribuendo a trasformare una piccola realtà agricola in una grande azienda e in un brand riconoscibile.

Raffaele junior oggi mi racconta com’è andata. È uno dei figli di Nicodemo e con la terza generazione la storia si ripete: «Non mi è mai passato per la testa di poter fare altro nella vita». Perché in mezzo alle vigne c’è cresciuto, col fratello e i cugini giocavano a nascondino in cantina e aspettavano la vendemmia come tutti i bambini aspettano il Natale: «Facevamo a gara per salire sul calesse dove si trasportava l’uva», ricorda. Ha studiato Economia a Milano e poi è tornato perché Librandi è un fatto di famiglia: «Non abbiamo ruoli specifici, io non mi occupo di una cosa soltanto. Si va dove c’è bisogno, dalla vigna all’ufficio di amministrazione». Le redini sono dei Librandi ma la cantina oggi conta circa cento persone al lavoro per la realizzazione di un grande vino. Anzi, di 16, tante sono le etichette in produzione. Il vino del cuore di Raffaele è Duca San Felice, la riserva, quello che meglio racconta il territorio dove il Gaglioppo regna e narra secoli di viticoltura.
Il giardino varietale
Certo, non si può pensare che una tradizione così lunga non abbia mai subito intoppi: «Sarebbe bello – dice sorridendo Raffaele – ma è una storia di vita e non una favola. Ci sono stati errori e mancanze ma abbiamo perseverato e percorso una strada che, alla lunga, ci ha dato ragione».

Come quando negli anni Novanta anche Librandi rivolse l’attenzione ai vitigni internazionali facendo storcere il naso a tanti puristi del territorio. Era la “richiesta” del mercato di allora e funzionò. Continua a farlo: lo Chardonnay nel Critone o il Cabernet Sauvignon nel Gravello non sono più visti come “vade retro esterofilia”.
È negli anni Duemila che si torna all’autoctono. A dirla tutta, se c’è una realtà accorta al territorio non può che essere Librandi. Se hai fatto un giro in azienda sai cos’è la spirale del giardino varietale: si tratta di un progetto avviato vent’anni fa con il supporto di Attilio Scienza per la catalogazione degli autoctoni e che oggi accoglie circa 200 varietà recuperate sull’intero territorio regionale. Se hai fatto un giro in cantina saprai pure che Tenuta Rosaneti sembra il castello delle favole e che c’è un pickup per fare il giro delle vigne a bordo. E poi c’è ‘A Casedda, inaugurata nei primi anni Duemila dalle donne (del vino) di casa, Enza e Concetta, le mogli di Nicodemo e Tonino. È nata per l’accoglienza e si è trasformata in un polo culturale in cui si organizzano eventi di ogni genere. Poi c’è il museo dove la memoria ha la forma di strumenti e ammennicoli conservati da oltre un secolo. E alla fine è impossibile non mettere il naso nelle ampolline del muro dell’olfatto dove Librandi ti sfida a riconoscere i profumi del vino.
DOCG e sostenibilità
Oggi gli occhi sono tutti puntati su Cirò, anche attraverso il lavoro del “Consorzio di tutela e valorizzazione del vino Doc Cirò e Melissa” (di cui Raffaele è presidente) che punta, tra le altre cose, alla costituzione della prima DOCG calabrese. D’altronde, Cirò detiene già il primato giù da noi perché la DOC Cirò riconosciuta nel 1969 è stata la prima in Calabria e tra le prime in assoluto in tutta Italia.
Si lavora senza sosta, insomma, e si fa all’insegna della sostenibilità. Nell’ultima manciata di anni, fenomeni estremi e ballerini hanno comportato una diminuzione a livello di resa di circa il 10-15%. È anche per questo che Librandi è pollice su verso un’agricoltura sostenibile. Già nel 2021 ha ottenuto la certificazione “Equalitas” e convertito una tenuta a Cirò Marina in biologico.

Happy Ending, To Be Continued
E a proposito di riconoscimenti: il prossimo 12 maggio l’Università Mediterranea di Reggio Calabria conferirà al prof. Nicodemo Librandi il dottorato honoris causa in “Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali”. Ha 78 anni e non puoi che trovarlo in cantina a scrivere, ancora, nuove pagine di un’azienda che ha coltivato vigna su vigna e di padre in figlio.
Oggi Librandi ha il volto di Raffaele, del fratello Paolo e dei cugini Francesco e Teresa, figli di Antonio, e l’entusiasmo e il sorriso sono gli stessi di tanti anni fa, quando si rincorrevano tra vigne a bordo di un calesse.
In principio erano due fratelli e un ettaro e mezzo. Il lavoro ha dato i suoi frutti e oggi la nuova generazione Librandi continua a coltivare una terra, una vocazione di famiglia e una passione tanto grande che contarla in ettari non basterebbe.