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Le ceramiche di Seminara, l’arte dei pignatàri d’avanguardia

Le ceramiche di Seminara, l’arte dei pignatàri d’avanguardia

Lancélle e cannate, bumbuleji, porroni e babbalùti. E gappacumpari e facci spirdàte. Sembra una di quelle litanie profane pronunciate in una lingua sconosciuta, ripetute a memoria da centinaia di anni. E molti, nel cuore della Piana di Gioia Tauro, le pronunciano ancora. In realtà, sono i nomi con cui vengono chiamate le forme antiche della ceramica di Seminara, un meraviglioso patrimonio, ultima frontiera di un’estetica arcaica e universale.

Fuori dal tempo

Seminara, che a vederla dall’alto è un punto nel mare immenso degli uliveti, vive quella che in arte si definisce una “eccentricità necessaria”: vive cioè in un tempo tutto suo, restando fuori dall’artigianato comune. Mentre altri distretti produttivi hanno progressivamente perso le antiche peculiarità, qui invece si preserva un’eredità che è, al tempo stesso, documento storico e avanguardia formale.

Sguardi illuministi

Il primo riconoscimento del valore artistico di Seminara arrivò nel 1777 dalle note di Henry Swinburne. Il colto gentiluomo e viaggiatore britannico, autore di Travels in the Two Sicilies, fu tra i pochi testimoni a documentare il borgo nel suo pieno fulgore, pochi anni prima che il sisma del 1783 ne cancellasse molte cose. Swinburne, con l’occhio dell’osservatore illuminista, annotò sul suo taccuino lo stupore dinanzi al «fermento di botteghe» che animava le strade. Per lo scrittore inglese, a Seminara la manipolazione dell’argilla costituiva il fondamento dell’identità sociale ed economica. Colse il valore di un’arte che già allora realizzava forme tanto particolari.

Il miracolo dei Bruzi

In realtà, il riconoscimento più importante per quel tipo di manifattura arrivò negli anni Venti del Novecento grazie ad Alfonso Frangipane. Pittore, storico dell’arte e instancabile organizzatore culturale, Frangipane fu il fondatore della rivista Brutium e delle Biennali d’Arte Calabrese. La sua missione fu riscattare le arti applicate regionali dall’etichetta di “folklore” per elevarle a dignità universale. Fu così che le opere dei pignatari locali furono esposte alle Biennali di Monza, dove la critica milanese, guidata da Guido Marangoni, rimase folgorata. Nel giugno del 1923, Marangoni parlò apertamente di “miracolo dei Bruzi”, celebrando la vittoria dell’«artista cosciente e paziente» contro l’omologazione industriale.

Il culmine di questo successo fu la pubblicazione, nel 1925, all’interno dell’Enciclopedia delle moderne arti decorative, della monumentale lampada pensile di Antonio Ditto, realizzata su disegno di Frangipane ed esposta nel salotto–tinello allestito dallo stesso nella sezione calabrese alla Biennale di Monza. Più in là, fu un altro degli artigiani di Seminara, Paolo Condurso, a raccontare di un’esposizione cui partecipò a Ventimiglia, in occasione della quale conobbe Pablo Picasso, che apprezzò moltissimo le sue ceramiche.

La nobilitazione della creta

Se la lavorazione della creta era inizialmente destinata agli oggetti da cucina di uso comune, a poco a poco prevalsero materiali diversi e fu il trionfo della plastica e dei beni di fattura industriale, meno costosi e più pratici. Fu però così che i manufatti di argilla si trasformarono da oggetti di uso quotidiano in oggetti richiesti per adornare le case, anche negli ambienti più raffinati. Gli artigiani di Seminara cominciarono anche a lavorare su commissione.

Morfologia dell’Arcano

Nei laboratori continuano a prendere vita inquietanti creazioni, richieste e apprezzate in tutto il mondo. Ci sono le maschere della tragedia e della commedia, che rievocano le origini e la cultura magnogreca di questo popolo, ma le rappresentazioni grottesche del mondo inesplorato dell’Arcano nascono tutte dalla profonda suggestione dell’artista, come fossero sogni fatti in materia, modellati dal soffio di un ingegno dall’incredibile vitalità, tra il verde ramina, il giallo e il bruno manganese. Gorgoni e satiri, le maschere grottesche e spirdàte con le orecchie tricuspidi e le corna appuntite, le lingue lunghe e penzolanti, i nasi adunchi, sono tutte rivolte a tenere lontani i portatori del malocchio. Piccoli e “magnifici orrori”, dalle lontane origini arabe, vengono ancora posti all’ingresso delle case, oppure sui comignoli, perché possano incutere maggiore paura emanando fumo dagli occhi, dal naso e dalle orecchie.

Segni, satira e ritualità

E poi i babbalùti, bottiglie antropomorfe dai colori giallo, verde e marrone, che sono stati simboli di satira politica, raffigurando di epoca in epoca personaggi dell’occupazione spagnola o i gendarmi borbonici. Il catalogo morfologico di Seminara è un inventario di simbolismi, dalle lancélle (anfore biansate) alle cannate (boccali) con ornati cuccumi, fino ai bumbuleji e ai porroni a riccio. E poi le borracce votive a forma di pesce per i pellegrini di San Rocco e il gappacumpari, la brocca “iniziatica” costellata di fori che imponeva al bevitore particolare destrezza.

L’antologia dei pignatàri

Il Museo delle Ceramiche di Calabria è nato per far conoscere l’antico e avvincente mondo dei “pignatari”, “argagnari” e “vummulari” calabresi. Nelle diverse sezioni, oltre a quelle di Seminara per varie epoche, sono esposte le preziose ceramiche da farmacia seicentesche dei maestri di Gerace e le terrecotte popolari provenienti da 23 centri di produzione sparsi in tutta la Calabria.

di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)

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