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Le rovine di Motta Sant’Agata, quella «promessa di felicità»

Le rovine di Motta Sant’Agata, quella «promessa di felicità»

«Le rovine attestano quella che il filosofo e saggista francese Jacques Derrida chiamava “la traccia”». Così il filosofo Gianfranco Cordì spiega in cosa consiste l’estetica delle rovine.

Una riflessione che nasce da una visita a Motta Sant’Agata, l’antica città scomparsa tra i borghi di Cataforio e San Salvatore sulle colline di Reggio Calabria. Un centro di cui si hanno tracce fin dall’età greca e romana e andata praticamente distrutta dal terribile terremoto del 5 febbraio del 1783. Ma di cui sono rimaste, appunto, i suoi ruderi. E non solo. In quel sito sono stati ritrovati volumi preziosissimi come quelli di Vico. Ma anche di Cicerone, di Boccaccio ed il Galateo di Monsignor della Casa.

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Alcuni dei volumi ritrovati a Motta Sant’Agata

Da qui la riflessione di Cordì che riprendendo il discorso sui ruderi di Sant’Agata parla di testimonianze «non esclusivamente del passato, ma anche di un presente decostruito perché attraverso la rovina non trovi esclusivamente la vestigia, il ricordo del passato, ma anche lo stato presente attraverso il suo passato e attraverso la speranza del futuro».


«In questo senso un’estetica delle rovine, un’estetica delle macerie – sottolinea – significa primariamente quello che il romanziere Stendhal diceva nel suo volume “De l’amour”». A un certo punto Stendhal si interrogava a proposito degli scavi di Pompei su cosa fosse la bellezza di quei ruderi. Una domanda a cui Stendhal rispondeva nel suo saggio ricordato da Cordì «una promessa di felicità».

info@meravigliedicalabria.it

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