L’essenziale e la grandezza della Certosa di Serra San Bruno

Una meraviglia assoluta, circondata da una natura lussureggiante, e calata nell’aura della contemplazione. È la Certosa di Santo Stefano del Bosco, a Serra San Bruno, protetta dai faggi e dagli abeti bianchi delle Serre Vibonesi. Fondata tra il 1090 e il 1101 da Bruno di Colonia su terreni donati dal Conte Ruggero il Normanno, questa cittadella dello spirito è il primo insediamento dell’ordine in Italia e il secondo in Europa dopo la Grande Chartreuse di Grenoble. Qui Bruno trovò quel “deserto” che cercava sin dai tempi di Reims e del massiccio della Chartreuse, un cuore boscoso ma non inospitale, dove il silenzio era per lui la presenza costante di Dio.

Il legame tra il monaco di Colonia e la Calabria nacque sotto il segno dell’obbedienza quando il Papa Urbano II lo chiamò in Italia come consigliere. Bruno rinunciò anche alla cattedra vescovile di Reggio Calabria per restare fedele alla vocazione eremitica, ottenendo dal Conte Ruggero il dono delle terre necessarie per edificare il suo nuovo ritiro. Il primo atto di Bruno, nel 1091, fu l’edificazione dell’Eremo di Santa Maria di Turri (conosciuto come Santa Maria nel Bosco), un luogo riparato e solitario dove il Santo visse e morì nel 1101. Tuttavia, per accogliere la comunità che cresceva e le necessità della vita comune, a breve distanza dall’eremo sorse tra il 1094 e il 1099 un secondo complesso, la Certosa di Santo Stefano, destinata a diventare il cuore monumentale e amministrativo dell’ordine.
Alla morte di Bruno si aprì una fase complessa che, nel 1193, condusse al passaggio del monastero ai Cistercensi. Per oltre tre secoli l’ordine di San Bruno rimase lontano dalle Serre, fino al 1514 quando i Certosini ottennero finalmente il permesso di rientrare in possesso della loro antica casa. Trovando le strutture fatiscenti e degradate dal tempo, i monaci avviarono una radicale e magnifica ricostruzione. Di quel periodo d’oro resta oggi la splendida facciata in granito attribuita a Jacopo Del Duca, che testimonia la grandezza di un monastero che fu cuore spirituale e culla del sapere per tutto il Mezzogiorno, meta di studiosi e nobili da tutto il continente e ponte culturale tra il mondo normanno e la cattolicità romana.


I monaci, con la loro operosità e la buona gestione delle risorse, trasformarono la certosa in uno dei più vasti e ricchi feudi dell’Italia meridionale. Il controllo monastico arrivò a estendersi a territori come Bivongi, Montauro e Gasperina, dove i certosini gestirono con successo miniere, boschi e allevamenti, influenzando l’economia di un’area assai vasta.
Questo cammino subì un’interruzione drammatica con il terribile terremoto del 1783, che rase al suolo gran parte delle strutture e portò alla dispersione dello straordinario archivio e della immensa biblioteca. Ma ciò che il sisma ha tolto alla fabbrica monumentale – gran parte dell’arredo sacro e delle opere superstiti – è stato messo in salvo e distribuito tra le chiese di Serra San Bruno. Chi visita oggi il paese ha la certezza di ritrovare nelle navate dei diversi luoghi di culto i frammenti di quella gloria cinquecentesca, come lo splendido altare della chiesa di Maria Santissima Assunta in Cielo costituito dai pezzi di granito recuperati dalla vecchia Certosa, e le statue che rendono il borgo stesso una prosecuzione ideale del monastero.

Dopo il sisma e un lungo periodo di abbandono, la rinascita definitiva avvenne solo alla fine dell’Ottocento sotto la guida dell’architetto francese François Pichat, che tra il 1889 e il 1900 ricostruì la Certosa nelle attuali forme neogotiche integrando i resti dell’antico chiostro.
La vita segreta e inaccessibile della certosa non impedisce di immaginare una vita lontanissima dal resto del mondo. La giornata del monaco è equilibrio tra lunghe ore di solitudine e meditazione, e la vita di comunità. Ogni cella ha il suo piccolo giardino dove il certosino studia, prega e lavora. Dalla stanza “Ave Maria” dedicata alle piccole riparazioni, al “cubicolo” dove si consuma il pasto in solitudine davanti a una finestra aperta sull’orto, ogni spazio è infinitamente essenziale.

La preghiera liturgica si eleva negli Uffici conventuali. Sono momenti di grande intensità spirituale che avvengono di notte per il Mattutino e due volte di giorno per la Messa e i Vespri, istanti in cui il canto corale accomuna la vita d’orazione di ciascun monaco con quella degli altri. Solo la domenica la vita si fa più propriamente comunitaria con il pasto condiviso nel refettorio; il lunedì, invece, si tiene lo “spaziamento”, la passeggiata in cui i monaci camminano a coppie tra i boschi per ritemprare il corpo.
Trattandosi di un ordine di clausura l’accesso agli ambienti monastici è precluso, ma dal 1994 la comunità ha aperto le porte del Museo della Certosa. Si tratta di un percorso in ventidue sale che svelano le consuetudini della vita solitaria attraverso arredi originali, antichi codici e ricostruzioni didattiche delle celle.
A circa due chilometri dalla Certosa, il Santuario di Santa Maria nel Bosco, il luogo di maggior richiamo religioso che accolse anche il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II nel 1984, che qui celebrò una storica funzione eucaristica. La chiesa del Santuario, anch’essa ricostruita dopo il 1783, conserva linee semplici e accoglie i fedeli con la statua lignea della Vergine.

Da qui, la discesa della splendida gradinata tra i boschi porta al laghetto della penitenza dove il Santo si immergeva per offrire a Dio il proprio sacrificio. Giovanni Paolo II non fu il solo a condividere con la sua presenza lo spirito di San Bruno e di questi luoghi.

Il 9 ottobre 2011 Papa Benedetto XVI, in occasione del suo pellegrinaggio alla Certosa, ricordò la capacità del monaco che lasciando tutto, si espose «alla solitudine e al silenzio per non vivere di altro che dell’essenziale». È ciò che hanno fatto tutti coloro che hanno compiuto questa scelta di vita. Si sono esposti al silenzio, e prima di ogni altra cosa hanno percepito un vuoto. Si sono spogliati di tutto ciò che non è importante, dei rumori di ogni specie, affinché quel vuoto si trasformasse in spazio che accoglie una presenza. E avvicinandosi a quest’isola di pace, per fede oppure no, tutto questo si avverte, e per un po’ riconcilia con se stessi e col mondo.
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)


