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L’Inferno in Paradiso: Acheronthia di Calabria

L’Inferno in Paradiso: Acheronthia di Calabria

Andare ad Acheronthia, in Calabria, è tutt’altro che andare nell’Inferno dantesco o nell’Ade di Omero, perché su un altopiano di circa un chilometro quadrato della Sila crotonese, dove sorge il sito della vecchia Cerenzia, la valle del fiume Lese – un tempo chiamato Acheronte – offre un paesaggio a dir poco straordinario e promette. Più che una discesa agli Inferi, è un’esperienza ascetica e paradisiaca: dolci declivi ricchi di ulivi, frutteti e querce maestose, spighe di grano e vigneti, fichi d’India e ciuffi di quelle che sul posto chiamano “Recchie ‘e ciuccio”.
Insomma, una sontuosa e variegata esibizione della macchia mediterranea, che sprofonda in altezza in un cielo limpidissimo.

Le origini

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In questo suggestivo scenario, su un acrocoro a due punte, fascino e silenzio avvolgono i ruderi dell’antico abitato di Acherontia, Acerenthia o Geruntia, un tempo fervida e animata città bizantina dalle nobilissimi origini. La sua fondazione tra il VII e il V a.C. sarebbe, infatti, attribuibile, secondo alcune fonti, all’eroe greco Filottete, arciere illustre, l’unico che Ulisse temesse davvero, oppure alla popolazione autoctona degli Enotri.

Dai basiliani ai florensi

Fu rifugio dei monaci basiliani tra l’VIII e il IX d. C. e da allora, per ben nove secoli, sede vescovile di una vasta diocesi in cui operarono anche diversi monaci florensi.
Terremoti, epidemie, scarse condizioni igieniche, ma anche continui fenomeni di carsismo del territorio causarono, alla metà del XIX sec., il totale abbandono del sito da parte degli abitanti, già dimezzati dalla peste del 1521.
Eppure, nel suo prospero passato, Acheronthia contava ben 7.000 abitanti, circa 9 chiese e la caratterizzava una consistente vivacità cittadina, tanto che lo stesso Gioacchino da Fiore preferì luoghi più silenziosi e riservati «della rumorosa Acerenthia» per la costruzione della sua abbazia.

La leggenda del drago dalle 7 teste

Qui il mito si incontra e si confonde con la storia, con la stessa armonia con cui i colori della terra, rigogliosa e fertile, accolgono i riflessi dell’azzurro terso. Ma è la leggenda del drago dalle sette teste a dare alla città la seduzione del mistero e un santo protettore: San Teodoro di Amasea, il cui culto era stato verosimilmente importato dai monaci d’Oriente. Il racconto popolare narra, infatti, che nel 1528, mentre attendevano in fila per attingere, come ogni giorno, l’acqua alla fontana del paese, gli abitanti si trovarono di fronte un drago che sputava fuoco dalle sue sette mostruose teste. Fu il Vescovo a consigliare ai Cerenzioti di invocare l’aiuto di San Teodoro, il quale, il 9 novembre di quell’anno, affrontò e uccise la bestia, dopo averla infilzata a un occhio. Da allora, la chiesa prima dedicata a San Leone fu riconsacrata, per gratitudine, al martire romano, e ogni anno, nella stessa data, si ricorda l’eroica impresa a conferma dell’incredibile e indiscussa devozione della gente del posto.

Un patrimonio storico-culturale eccezionale

Oggi, sui due colli dell’antica acropoli, nell’area che è diventata parco archeologico, restano imponenti segni della cattedrale dedicata a San Teodoro, con le tre navate ancora visibili e una colossale statua del Santo, e le mura di un edificio detto “Casa del Principe”.

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Un significativo patrimonio culturale e storico, sufficiente a sfidare, almeno nell’immaginario, la definizione di paese fantasma, tanto è forte il potere evocativo delle tracce “resistenti” e dell’esuberante natura che infondono al visitatore il desiderio e la curiosità di conoscerne la storia, di indagarla e di restituirla alla memoria collettiva. (Maria Cavallo)

info@meravigliedicalabria.it

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