Morano Calabro, tutti i tesori della Collegiata della Maddalena

Se Morano Calabro è conosciuto come il “borgo-presepe” del Pollino, la Collegiata di Santa Maria Maddalena ne è il punto di fuga naturale. La sua cupola e il campanile, rivestiti di maioliche verde-ocra, sono il faro che segue chiunque si muova tra i vicoli del centro storico, poiché riflettono nei loro giochi la luce, l’azzurro del cielo e il verde delle montagne del Pollino.
Una storia nata tra olmi lussureggianti
Quello che oggi appare come un trionfo del tardo-barocco calabrese, in realtà ha radici molto più antiche. La chiesa sorse in epoca medievale sui resti di una cappella sub-urbana, costruita fuori dalle mura dove un tempo si stendeva un bosco di olmi tra due corsi d’acqua. Nel corso dei secoli la collegiata è stata un cantiere aperto. Fu infatti ampliata nel Cinquecento e poi profondamente trasformata nel Settecento, fino alla sua consacrazione definitiva nel 1757. Gli ultimi tocchi, quelli che ne hanno definito la forma che oggi vediamo, risalgono all’Ottocento, con il completamento del campanile tra il 1804 e il 1817, la facciata neoclassica del 1844 e quella veste policroma della cupola che, dal 1862, è diventata il simbolo del paese.



Il polittico di Vivarini, un pezzetto di Venezia nel Pollino
La Maddalena, oltre ad essere un luogo di culto, è una vera e propria “chiesa-museo”. Qui sono infatti confluiti i tesori provenienti da altri edifici religiosi di Morano come il Polittico di Bartolomeo Vivarini, datato 1477.

In quegli anni la bottega dei Vivarini sull’isola di Murano era una vera e propria “industria culturale” specializzata nell’esportazione di polittici in tutto il bacino adriatico e nel Mediterraneo.

Fu probabilmente la potenza dei Sanseverino, signori di Morano, a volere che l’opera arrivasse fin qui.
Nello scomparto centrale è raffigurata la Madonna col Bambino, sovrastata dal Cristo Passo, mentre nei registri laterali appaiono i santi protettori dell’Ordine Francescano.
Nella predella, il pennello del Vivarini descrive Cristo tra i dodici apostoli. Insieme a un trittico conservato a Zumpano, questo polittico rappresenta l’unica presenza del maestro veneto in tutta la regione, frutto di una committenza colta che legava la nobiltà locale alle corti europee e ai grandi centri dell’arte adriatica.
Dai maestri del Rinascimento all’ebanisteria dei Fusco
L’interno della chiesa è una galleria con firme prestigiose. C’è il Rinascimento siciliano di Antonello Gagini, autore della statua marmorea della Madonna degli Angeli (1505), e c’è la forza espressiva di Michelangelo Naccherino, a cui è attribuita la scultura della Maddalena nel presbiterio.

Le tele seicentesche di Pedro Torres, pittore di cultura fiamminga, raccontano la vita della Santa con un rigore nordico che contrasta con la solarità del barocco circostante. Dal diruto convento agostiniano di Colloreto provengono invece la Madonna del Reto e le statue di Sant’Agostino e Santa Monica, testimonianze di un patrimonio religioso che ha trovato qui protezione.
Ad abbellire maestosamente l’interno della chiesa ci hanno pensato invece le maestranze locali e napoletane. Donato Sarnicola ha lavorato sugli stucchi che illuminano la volta, mentre la bottega dei Fusco — intagliatori napoletani che scelsero di vivere a Morano — ha reso ogni singolo pezzo di legno arte. Il coro, la sedia presbiteriale (1757) e il pulpito sono esempi di un’ebanisteria raffinata che guarda ai modelli del rococò europeo, a testimonianza di una comunità che nel Settecento non era una periferia isolata, ma un centro culturale aggiornato e vitale.
La grande pittura del Settecento napoletano

Lungo le navate, la Morte di San Giuseppe (1742). È l’opera di Giuseppe Tamajoli, allievo di quel Francesco Solimena che fu il patriarca della pittura napoletana del secolo.
Il dipinto è un equilibrio perfetto tra la monumentalità dei personaggi e una cura quasi maniacale per i dettagli della realtà, come dimostra la bellissima natura morta dipinta in basso a sinistra.
Sempre alla scuola napoletana appartengono le tele dei Sarnelli, che firmano l’Incoronazione della Vergine (1747), e quelle di Francesco Lopez, autore dell’Immacolata e del San Michele Arcangelo custoditi in sacrestia.
Tra questi arredi e gli altari in marmo donati dalla famiglia Spinelli, la Maddalena continua a raccontare la storia di un borgo che ha saputo raccogliere e custodire la bellezza. Qui una piccola sintesi di un viaggio lungo sei secoli, dove ogni opera d’arte è la tessera di un mosaico che tiene insieme l’identità di Morano e il respiro della grande storia dell’arte italiana.
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)
Foto di copertina TuEm-Photographer


