Pentedattilo borgo fantasma? Ma anche no

La via sale stretta e ripida dal fondovalle, lasciandosi alle spalle il mare, tra il mirto profumato e le agavi centenarie, gli oleandri, i fichi d’India e le ginestre dal giallo fluorescente che si stringono ai lati, ma che lasciano passare. È la strada che porta ai cinque grandi pinnacoli di arenaria rugosa che si alzano sul Monte Calvario disegnando la sagoma di una enorme mano aperta verso il cielo. È Pentedattilo, in provincia di Reggio Calabria, uno dei paesi dell’area dove si parla ancora la lingua di Omero. Nell’immaginario comune è uno dei borghi fantasma calabresi, ed effettivamente lo è stato per lungo tempo, anche se quella soglia forse non l’ha mai varcata del tutto. È sicuramente abitato da un numero di persone che si contano sulle dita della mano (nomen omen?), e un numero imprecisato di gatti che hanno fatto del borgo la loro casa.

Castello di Pentedattilo nell’affresco di villa Caristo di Stignano
I Greci che fondarono qui una colonia intorno al 640 a.C. diedero alla roccia il nome che è rimasto: Πεντεδάκτυλος, cinque dita. Tra due di quegli speroni — si discute se tra pollice e indice o tra indice e medio — i feudatari Alberti costruirono il castello che dominò la storia del borgo per secoli, incastonato in altezza nella fessura della roccia come un cuneo. L’unica immagine che ne resta è un affresco tardo-settecentesco nella villa Caristo di Stignano, attribuito al pittore Galante, ma del castello non esiste nessuna rappresentazione coeva.

La Tabula Rogeriana (con il sud in alto)
Il nome di Pentedattilo comparve per la prima volta su una mappa nel 1154, nel planisfero commissionato dal re normanno Ruggiero II al geografo arabo Al-Idrisi — la rappresentazione geografica più precisa del mondo medievale. Tra i luoghi dell’estremo Meridione d’Italia c’era anche questo sperone d’Aspromonte, segnato a tre miglia nell’entroterra rispetto alla Fiumara di Miele.


Pentedattilo nelle illustrazioni di Eduard Lear
Secoli dopo, nell’estate del 1847, lo scrittore e illustratore inglese Edward Lear salì fin qui nel corso del suo viaggio in Calabria e scrisse nel diario che «l’apparenza di Pentedatelo è perfettamente magica e ripaga qualunque sacrificio fatto per raggiungerla». Nel maggio del 1930 arrivò poi l’incisore olandese Maurits Cornelis Escher, che ne trasse quattro opere. Tre sguardi lontanissimi nel tempo — un geografo arabo, un eccentrico illustratore vittoriano, un maestro dell’incisione novecentesca — sentirono tutti il bisogno di fermare questo posto su carta.

Pentedattilo in una delle incisioni di Maurits Cornelis Escher -1930 -Collezione-Federico-Giudiceandrea-©-2014-The-M.C.-Escher-Company
La notte tra il 16 e il 17 aprile del 1686 rimase impressa nella memoria del borgo come la Strage degli Alberti. Bernardino Abenavoli, per vendicare un torto familiare, trucidò quasi tutta la famiglia dei marchesi nel castello e rapì la giovane Antonietta Alberti, cui era destinato in sposa. Il terremoto del 1783 fece il resto, radendo al suolo gran parte del paese. Il comune fu trasferito a Melito Porto Salvo nel 1811 e l’abbandono si completò negli anni Sessanta, quando il luogo fu dichiarato idrogeologicamente fragile e a rischio e le famiglie rimaste, già ridotte al lumicino per via della massiccia emigrazione, scesero nel paese nuovo. Si ricominciò a parlare di Pentedattilo negli anni Ottanta grazie ai primi volontari e a diverse associazioni che iniziarono a recuperare case, le poche rimaste in piedi dopo i terremoti e l’abbandono, che sono diventate piccoli laboratori, botteghe, spazi espositivi.

Alcune tra le persone che oggi abitano il borgo tutto l’anno, hanno alle spalle una loro storia, e una nuova davanti che hanno scelto di costruire lontano da tutto. Ad esempio Rossella Aquilanti è arrivata da Viterbo, dopo un lungo periodo a Milano. A Pentedattilo alleva capre, ospita viaggiatori in cambio di piccoli lavori e ha fatto dell’ospitalità un atto di condivisione sostenibile, e soprattutto una riappropriazione delle conoscenze contadine. Diversa la scelta di Daniela Lorenzi, che ha aperto Danisia, il suo laboratorio dove lavora macramè, fa grafica artistica, tessitura tradizionale e Mapuche, in una piccola stanza dove le pareti sono la roccia del Monte Calvario.



Artigianato Danisia
Poi c’è Domy Pizzi, pittrice e decoratrice, che vive qui da vent’anni, studia la storia del borgo negli archivi e ha fondato Pentegatti, la colonia di adorabili mici che sono per tutti una grande famiglia.


Qui ha aperto anche una deliziosa enoteca, I Cinque Calici, gestita da Francesco Praticò e Francesca Tramontana insieme con Alvin Tripodi e Giusy Siviglia. Il loro motto è Radix, Calix, Acinus, radice calice acino, praticamente un manifesto di come intendono il rapporto con il territorio. È il micromondo in cui trovare assaggi di cucina tradizionale preparati con gli ortaggi che crescono qui, da accompagnare con i buoni vini calabresi, ma dove si tengono anche piccoli show cooking e incontri con i produttori locali.


I Cinque Calici
Ci sono altri piccoli artigiani come Pino Caridi col suo laboratorio di terrecotte dipinte a mano, il legno tornito e strumenti musicali, e la bottega di intaglio di Girolamo Stelitano e Carmelo Toscano, originari di Ghorio di Roghudi, che riportano i motivi grecanici su ogni pezzo con un coltellino pastorale, come per le musulupare, gli stampi per il musulupu, il formaggio prodotto con latte di capra e di pecora in particolare nel periodo pasquale. E poi saponi naturali, piccoli telai costruiti a mano e tessuti di ginestra, fino all’essenza di bergamotto nel laboratorio di Francesco Malaspina, dove trovare quella ricavata dal bergamotteto di famiglia, con souvenir in bottigliette da portare via.


Se questo è l’aspetto che fa di Pentedattilo un luogo tutt’altro che fantasma, dall’altro c’è la sua parte storica con i suoi piccoli tesori artistici e architettonici. La Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, già attestata nel 1310 tra le chiese protopapali della zona, ha una fonte battesimale del XVII secolo e una lapide sepolcrale del marchese Don Giuseppe Alberti del 1627. Una pala d’altare seicentesca attribuita a Giovan Battista Caracciolo detto il Battistello, raffigurante i Santi Pietro e Paolo e la Vergine Assunta, fu trafugata nel 1972 e non è mai stata ritrovata.



Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
La Chiesa di Santa Maria della Candelora, di origini bizantine ma rifondata nel XVI secolo dai padri domenicani, conserva nell’altare maggiore una scultura rinascimentale del 1564 in marmo bianco di Carrara, una Madonna col Bambino commissionata da Giovanni Demetrio Francoperta con il suo stemma inciso sul lato sinistro dello scannello.


Chiesa di Santa Maria della Candelora
Nella parte bassa del borgo, tra le abitazioni diroccate, c’è poi un affresco settecentesco di autore ignoto che ritrae San Cristoforo dentro una nicchia, alla base di uno spuntone di roccia inclinato. La tradizione vuole che sia il santo a sostenere il peso della roccia a protezione delle case.


Affresco San Cristoforo
La canonica, costruita nel 1890 sull’area dell’antico cimitero, ospita oggi la stanza di San Gaetano Catanoso, parroco di Pentedattilo dal 1904 al 1921, canonizzato da Benedetto XVI nel 2005.


Canonica e stanza di San Gaetano Catanoso
La fontana comunale del 1955, unico punto di approvvigionamento idrico prima dell’abbandono, è ancora lì con le due vasche affiancate — una per lavare i panni, l’altra per abbeverare gli animali. Girando intorno alla rupe lungo il sentiero ad anello si raggiunge la piccola Contrada Sant’Antonio, un nucleo di casette affacciato verso il territorio di Montebello dove abitano ancora due persone.


Da quel lato del percorso, la “panchina dei baci” costruita con materiale di recupero, si affaccia sull’Etna vicinissimo e sullo Stretto di Messina, richiamando alla memoria storie di miti, sirene e mostri marini.




Per chi vuole muoversi sul territorio e conoscerne la parte più profonda, il Sentiero dell’Inglese ripercorre in sette tappe le strade dell’area grecanica toccate dal diario di Lear, da Pentedattilo fino a Staiti, passando per Bagaladi, Amendolea di Condofuri, Gallicianò, Bova, Palizzi e Pietrapennata, con arrivo valicando Monte Cerasia. Le Rocche di Santa Lena si raggiungono invece in circa due ore e mezza lungo il sentiero che gira intorno alla roccia. Il toponimo è attribuito ora al nome di Elena madre di Costantino, ora al latino limes, la linea di confine che in epoca romana divideva i due versanti del Tuccio. Pentedattilo è inoltre tappa n. 69 e 70 del Cammino Basiliano e rientra tra le piste complementari della Ciclovia dei Parchi della Calabria, con Roghudi, Roccaforte del Greco e Bova.



Per pernottare, le Case Rurali al centro del borgo antico offrono silenzio e semplicità. L’ostello dell’Associazione Pro Pentedattilo, nel paese nuovo di fronte alla rocca, ha ricavato ventiquattro posti letto dalla vecchia scuola rimasta chiusa dopo lo spopolamento, ed è frequentato soprattutto da gruppi scout e associazioni di volontariato. Le visite narrate del borgo sono a cura di Giusy Siviglia e Ines Mangiola, guide ambientali escursionistiche.
Per informazioni complete su luoghi, sentieri, laboratori e ospitalità, il sito ufficiale dell’Antico Borgo di Pentedattilo — pentedattilo.rc.it — è un punto di riferimento aggiornato e ben curato, costruito con evidente affetto per il luogo.
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)
Foto: Antico Borgo di Pentedattilo APS — pentedattilo.rc.it


