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San Fantino a Taureana, la cripta più antica e gli affreschi senza volto

San Fantino a Taureana, la cripta più antica e gli affreschi senza volto

Lavorava come guardiano di cavalli per un patrizio romano di nome Balsamio ed era cristiano in segreto. La tradizione lo ricorda come il Cavallaro, in greco Ἱππονομεύς. Di notte, con i cavalli del padrone, tritava il grano dei contadini poveri, a rischio di essere scoperto. Quando morì, il 24 luglio del 336, fu sepolto nel ninfeo della villa dove aveva lavorato. Fantino non sapeva che sarebbe stato il santo calabrese più antico attestato da fonti storiche.

Nacque intorno al 294 a Tauriana, città portuale sul Tirreno meridionale, nell’area che oggi corrisponde alla frazione di Taureana di Palmi. La sua storia è nota grazie al Bios, il testo agiografico scritto in greco nell’VIII secolo dal vescovo Pietro di Tauriana, la fonte più antica e completa sul santo e sui miracoli a lui attribuiti. Tra i venti miracoli raccolti nel testo, uno è rimasto particolarmente impresso nella memoria della comunità locale fino a dare origine a un culto mariano ancora vivo. Accadde intorno al 650, nel giorno della festa del santo, quando alcune navi saracene si avvicinarono alla costa e la tempesta le disperse. I pochi sopravvissuti catturati raccontarono di aver visto sullo scoglio una donna vestita di porpora e un giovane con un tizzone fumante tra le mani e dissero che, al gesto della donna, il giovane aveva lanciato il tizzone in mare. La gente di Tauriana riconobbe in quella donna la madre di Dio e, nel giovane, san Fantino. Da quell’episodio nacque il culto di Maria Santissima dell’Alto Mare, che a Taureana si celebra ancora ogni ultima domenica di luglio con la processione della statua sul mare.

Il ninfeo e la cripta

La cripta è una stanza rettangolare interrata, chiusa da una volta a botte che scarica il peso su due file di arcate cieche allineate lungo i lati lunghi. Le condotte d’acqua murate nelle pareti rivelano la funzione originaria dell’edificio e la sorgente che lì gorgogliava scorre ancora oggi  – e considerata benedetta – e si trova accanto al punto in cui fu deposta la salma del santo. Già nel 590, quando papa Gregorio Magno scrisse al vescovo della diocesi di Tauriana, Paolino, la tomba era al centro di un complesso che comprendeva una chiesa e un monastero. Due secoli dopo, il vescovo Pietro, nel Bios, ricordava ancora suore che custodivano le reliquie e tenevano accesa una lampada perenne davanti alla tomba.

Fu nel 1952 che alcuni cittadini di Palmi rintracciarono la cripta seguendo le indicazioni di un’antica mappa greca. La chiesa che la sovrastava era in abbandono da anni e inaccessibile. Gli scavi del 1993 e del 1994 mostrarono la stratificazione completa del sito.

Sotto la chiesa ricostruita nel 1857 emersero le pavimentazioni della basilica bizantina del VI secolo e le mura della chiesa medievale edificata nel 1552 per volontà del conte di Seminara Pietro Antonio Spinelli. Nel 2009 un intervento della Soprintendenza portò alla luce la facciata occidentale originaria e uno strato di affresco rimasto nascosto per secoli sotto gli intonaci successivi. Cinque livelli di costruzioni sovrapposti sono leggibili in un unico sito.

Santi senza volto

Nella seconda arcata della parete sud della cripta sono visibili due figure che gli studiosi hanno osservato con particolare attenzione. Si tratta di santi dipinti con la tecnica dell’affresco, riconoscibili dalle aureole e da alcune iniziali in greco. In una figura si leggono lettere riferibili a san Giovanni Crisostomo, nell’altra si ipotizza san Basilio il Grande. Nella figura sul fondo, di difficilissima lettura per lo stato conservativo, si pensa a san Gregorio Nazianzeno, uno dei tre Dottori della Chiesa d’Oriente raffigurati quasi sempre insieme. Ma sono santi senza volto.

Si tratta infatti di una raffigurazione che sembra collegarsi al clima dei movimenti iconoclastici. In quel contesto si sosteneva che raffigurare Cristo significasse rappresentarne solo la natura umana, separandola dall’unità della sua persona.

Gli iconoduli, che difendevano le immagini sacre, sostenevano invece che solo attraverso di esse si potesse conservare memoria del volto di Cristo. A Tauriana qualcuno trovò una via di mezzo, dipingere i santi senza volto, una soluzione che i sostenitori di entrambe le posizioni potevano tollerare.

L’ipotesi che questi affreschi siano un documento legato all’iconoclastia ha una base storica. Le diocesi calabresi nell’VIII secolo, secondo la datazione proposta dall’archeologa Francesca Zagari dell’Università della Sapienza di Roma, dipendevano da Bisanzio sul piano ecclesiastico, la stessa sede che aveva promosso l’iconoclastia sotto Leone III l’Isaurico. Marina Falla Castelfranchi, dell’Università di Lecce e collaboratrice dell’Università di Oxford, ha concluso che trovare a Tauriana una testimonianza iconoclasta è plausibile e che, se così fosse, gli affreschi di san Fantino sarebbero gli unici conservati in Italia e forse in Europa.

24 luglio, festa in onore di San Fantino

Per visitare la cripta, che non è sempre aperta, è opportuno fare riferimento al Parco archeologico dei Taureani. Fa eccezione il 24 luglio, giorno liturgico della morte del santo, quando il complesso riapre per la festa. In quell’occasione ventiquattro cavalieri, numero scelto in onore del santo, ricevono la benedizione dei cavalli nella piazza antistante la chiesa parrocchiale.

Poi l’icona di San Fantino viene fatta salire un calesse e la processione percorre le vie di Taureana fino all’antica chiesa ottocentesca e alla cripta sottostante. Qui si celebra la liturgia che, dal 1994, è stata ripristinata in greco bizantino.

Nell’area del complesso fu rinvenuta un’epigrafe del IV secolo che riporta il nome del vescovo più antico di Tauriana, Leucosius episcopus. L’iscrizione è uno dei rari documenti epigrafici del primo cristianesimo calabrese e colloca Tauriana tra le sedi vescovili più antiche della regione.

di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)

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