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Santa Lucia e il bluff astronomico perfettamente riuscito

Santa Lucia e il bluff astronomico perfettamente riuscito

C’è una bugia che ci ripetiamo ogni anno, puntuali, con la stessa convinzione con cui controlliamo il meteo sperando nella neve a Natale. Una sorta di autoinganno collettivo, protetto da una rima facile e da una tradizione che ignora ostinatamente la meccanica celeste. La credenza vuole che il 13 dicembre sia il giorno con meno luce dell’anno, il punto più basso dell’oscurità prima della risalita. Ma la scienza, lo sappiamo, con i suoi calcoli dice altro. Il solstizio d’inverno, il momento esatto in cui il Sole tocca il punto più meridionale della sua orbita apparente e regala la giornata più breve in assoluto, cade il 21 o il 22 dicembre.

Tavola della Biccherna n. 72 – Archivio di Stato di Siena – Gregorio XIII presiede la commissione del Calendario

Eppure la fama di “giorno più corto che ci sia” rimane incollata a Santa Lucia. La colpa, o il merito, è di un ritardo accumulato nei secoli e perfezionato solo nel 1582 da Papa Gregorio XIII. E non perché avesse qualcosa contro la Santa, ma perché approvò quell’esattissima correzione a cui pensò il calabrese Luigi Lilio di Cirò (Crotone).

Fu lui, medico, matematico e astronomo, l’architetto di quella rimessa in bolla del tempo, che eliminò lo scarto accumulato dal vecchio calendario giuliano e riportò l’equinozio di primavera al 21 marzo. Prima della riforma, di conseguenza, nel calendario giuliano il solstizio d’inverno cadeva effettivamente intorno al 13 dicembre. Fu così che il Papa cancellò dieci giorni dalla storia – andò a dormire il 4 ottobre e si svegliò il 15 – rimettendo in asse l’anno civile con quello solare, ma nessuno si preoccupò di aggiornare il detto popolare sul giorno più corto.

Il che significa, in termini semplici, che la proverbiale (e parzialmente errata) oscurità del giorno di Santa Lucia è una beffa involontaria nata dal genio calabrese che voleva solo un certo ordine celeste. Lilio restituì al mondo l’esattezza del tempo, ma lasciò in eredità un inattaccabile e diffuso tormentone.

Il chicco, radice di luce

C’è però un pensiero, una necessità più forte di qualsiasi Papa o matematico. Lucia di Siracusa, martirizzata proprio il 13 dicembre, portava già nel nome il suo destino: lux, luce. La sua festa, insomma, è la risposta popolare all’attesa del solstizio, il punto zero della luce prima che questa cominci a vincere sulle tenebre.

A sx Persefone e Ade (V sec a.C.), pinax -MArRC e a dx (forse) Persefone e Demetra – bassorilievo in marmo (V sec a.C.), da Farsalo -Tessaglia- Museo del Louvre

A questo punto, quell’ipotetico bluff suo malgrado scompare, lasciando il posto a un significato che è più antico del Cristianesimo. La celebrazione del 13 dicembre si lega direttamente al bisogno umano di segnare il ritorno della luce, quello espresso dal mito pagano della vittoria del sole sulle tenebre, come accadeva con Demetra che ritrova la figlia Persefone, o col grano che germoglia da sotto la zolla. Grano che è morte e rinascita, sacrificio e dono. Per questo nell’antichità greca e romana, quindi ancor prima che venisse cristianizzato dalla Chiesa greco-ortodossa, era già il cibo rituale per la commemorazione dei defunti. Nutrirsi di quei semi significava metabolizzare quegli opposti e farne un atto salvifico.

Ancora oggi, il Sud dell’Italia resta vincolato a quel rito, ma non solo per ricordare i defunti. Per esempio con la Cuccìa (κοκκία, piccoli grani in greco) la pietanza a base di chicchi di grano bollito, per la quale valgono entrambi i registri: quello cristiano legato alla Santa per il miracolo che operò su Siracusa impedendo la carestia, e quello legato al calendario agricolo, a sua volta connesso ai cicli solari.

Così un piatto può contenere tante storie. Dolci, come in Puglia dove il grano viene arricchito da noci, mandorle, cacao, cannella e chicchi di melograno, spesso con l’aggiunta di vincotto; o in Sicilia, dove si aggiungono la ricotta di pecora, lo zucchero, il cioccolato e cannella, la zucca e le scorze d’arancia candite.

In Calabria, in particolare in provincia di Cosenza, la cuccìa è un must della fascia presilana ma anche sulla costa, a Paola. Come in Puglia e Sicilia, anche qui si prepara in versione dolce con cacao, cioccolato, latte, mandorle, noci, uvetta, cannella e scorza arancia, per un dessert al cucchiaio veramente squisito.

Cuccìa dolce di Paola (CS) Ph Andrea Ippolito Cavatorti

Nei comuni della presila, la Cuccìa è invece un piatto salato e molto robusto. La preparazione è veramente un rito che dura non meno di tre giorni, dalla pulitura a mano del grano dalle impurità al prolungato ammollo in acqua, poi la bollitura con l’aggiunta di carne di capra e maiale col loro brodo, e infine la lunga cottura dei Tinìelli di terracotta nei forni a legna.

Cuccìa dei paesi della presila cosentina – ph GAL Sila

Una versione diversa si prepara a Mendicino, a pochi chilometri da Cosenza. Nella classica quadara si vedrà bollire una zuppa che deve contenere per precetto tredici ingredienti, ricordando il numero del giorno e la sostanza della terra. Ceci, fave, piselli, lenticchie, fagioli, orzo, grano e castagne, fino, appunto, ad arrivare a 13.

Cuccìa di Mendicino – ph Francesco La Carbonara

Si fa, e si condivide con i parenti, gli amici o il paese intero. È tradizione fedele e non reinventata, che racconta del passato ma anche del bisogno di incontrarsi, di mangiare assieme. Anche per un solo giorno all’anno.

Lucia vince la gara del tramonto anticipato, regalandoci pomeriggi che finiscono quando ancora non siamo usciti dall’ufficio. E vince sui calcoli di Lilio, con la forza del rito popolare, celebrato (anche) con un saporito piatto di grano.

di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)

Foto di copertina: Cima da Conegliano – Riposo durante la fuga in Egitto con i santi Giovanni Battista e Lucia (particolare) – Museo Calouste Gulbenkian, Lisbona

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