“Senza vuci”, la resilienza umana nell’era dell’AI secondo gli Amakorà

Viviamo in un tempo in cui tutto corre veloce. Le parole si consumano in una manciata di secondi su uno schermo, i sentimenti si sintetizzano in emoji, e il dolore si scrolla via con uno swipe. Ma c’è ancora spazio per l’autenticità, per la fragilità, per la voce – anche quando sembra mancare?
È da questa domanda che nasce Senza Vuci, il nuovo brano degli Amakorà, band vibonese dalla profonda anima mediterranea, che il 24 maggio è tornata sulle scene con una canzone che è molto più di una melodia: è un grido silenzioso, un inno alla resilienza emotiva, un invito a riscoprirsi umani in un mondo sempre più dominato dall’intelligenza artificiale.
Il singolo, disponibile su tutte le piattaforme digitali, è accompagnato da un videoclip suggestivo firmato da Massimo De Masi e Sandro Scidà, che si sviluppa come un cortometraggio emozionale. Il protagonista è un uomo solo, in una stanza senza pareti su una spiaggia deserta. Intorno a lui, oggetti simbolici evocano sei emozioni forti: rabbia, malinconia, amore, speranza, paura, nostalgia. Una rappresentazione visiva di un viaggio interiore che culmina in una scena finale potente, girata in una sola lunga clip.
«Probabilmente è proprio la scena finale a racchiudere l’essenza del brano — raccontano gli Amakorà —. Lo diciamo anche per invogliare chi guarda a restare fino all’ultimo, ma è davvero così: quel momento unisce tutte le sei emozioni che completano il conflitto interno del protagonista».

Senza Vuci è anche un invito a riscoprire il linguaggio delle emozioni, un’urgenza sempre più sentita in un’epoca che tende a semplificare e a comprimere i sentimenti autentici. «Se non c’è spazio per le proprie emozioni, occorre liberarlo da ciò che è finto o futile — riflette la band —. Non possiamo limitarci ai gialli emoticon. Bisogna alfabetizzare le emozioni, riconoscerle, e imparare a conoscersi davvero».
Questa esigenza di autenticità accompagna anche il nuovo tour estivo della band, che parte proprio con l’uscita del brano. «Ogni tour è un viaggio: c’è la preparazione, l’attesa e quel momento in cui ti chiedi se hai dimenticato qualcosa a casa. Noi non abbiamo dimenticato nulla: sarà un tour indipendente, chi vorrà la nostra musica nella propria piazza potrà contattarci direttamente. Questo singolo e il videoclip sono solo il primo atto di una produzione che ha già messo in moto tante cose belle. Il nostro live? Sempre poesia d’autore, tradizione, ritmo, salti, sorrisi e, speriamo, emozioni».
Ma cosa rende ancora unica la musica umana in un’epoca in cui anche l’intelligenza artificiale può comporre canzoni? Gli Amakorà non hanno dubbi: «Abbiamo uno scudo enorme: il dialetto. Spesso denigrato o messo da parte, oggi ci rendiamo conto che è qualcosa che l’AI non può replicare. Ogni chilometro ha il suo dialetto, i suoi suoni, i suoi dittonghi. È irripetibile. Occorre insegnarlo, viverlo, usarlo bene. Senza italianizzarlo troppo o, peggio, dialettizzare l’italiano».

Dietro tutto questo, però, resta una domanda fondamentale: può la musica essere oggi anche uno strumento di “resistenza” emotiva oltre che di intrattenimento? «La risposta dovrebbe essere ovvia, ma purtroppo non lo è. I social tendono ad alleggerire tutto, e spesso la musica viene privata del suo contesto profondo. Noi la viviamo da sempre come un veicolo emotivo. Da quindici anni ci rapportiamo alle emozioni più forti. Basta pensare alla musicoterapia: la musica cura, aiuta a entrare in contatto con sé. Provate a guardare un film senza musica… Sarebbe irriconoscibile».
In un mondo iperconnesso e tecnologicamente avanzato, anche il ruolo degli artisti sta cambiando. «Ci attende un nuovo mondo che nessuno conosce davvero: l’era dell’intelligenza artificiale. E sarà sempre più difficile distinguere il reale dal costruito. Per questo gli artisti hanno un dovere: preservare la memoria, la cultura, le emozioni. Dobbiamo proteggere l’arte e chi la fa, perché gli algoritmi potranno forse imitare, ma mai raggiungere l’essenza dell’espressione umana. Gli artisti restano artisti. Il pubblico deve imparare a riconoscere la differenza tra l’arte vera e un algoritmo».
Senza Vuci è, in definitiva, una carezza per chi ha perso la propria voce. È un puzzle da ricomporre, un viaggio da vivere, un invito a riascoltarsi. Perché, oggi più che mai, la resilienza è proprio questo: concedersi il diritto di sentire, di crollare, di ricostruirsi. Di avere, sempre, una voce. Anche quando non si sente.
di Domenico Lo Duca (info@meravigliedicalabria.it)