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Sirene in viaggio, gli askoi di Crotone nella mostra Parthenope a Napoli

Sirene in viaggio, gli askoi di Crotone nella mostra Parthenope a Napoli

Dal Museo Archeologico Nazionale di Crotone arrivano a Napoli due oggetti che non hanno eguali al mondo. Sono askoi — unguentari in bronzo a forma di sirena — e dal 3 aprile al 6 luglio 2026 fanno parte della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, insieme ad altre 250 opere provenienti da quaranta musei italiani e internazionali. La mostra racconta il lunghissimo rapporto tra Napoli e la figura della sirena, dalla fondazione della città fino alla cultura contemporanea. Così le due sirene di Kroton portano dentro quel racconto la voce della Calabria greca.

Nella tradizione iconografica greca le sirene non erano donne-pesce come nell’immaginario moderno, ma creature ibride con corpo di uccello e testa femminile, legate al passaggio tra la vita e la morte. Erano psicopompe — accompagnatrici delle anime nell’aldilà — e avevano un ruolo centrale nel pensiero pitagorico. A Kroton il pensiero pitagorico attribuiva alle sirene un ruolo cosmico. Pitagora le collocava nella tetrade — il fondamento simbolico della sua scuola, su cui i discepoli giuravano — come espressione dell’armonia che governa l’universo. In quanto comprese nella tetrade, esprimevano l’armonia cosmica. Non è un caso che il territorio di Crotone abbia restituito questi due oggetti straordinari.

Il secondo ha una storia diversa, più lunga e più tormentata. Proviene dalla necropoli delle Murgie di Strongoli, nell’area che gli studiosi identificano con l’antica Makalla, e risale alla prima metà del V secolo a.C. È di dimensioni maggiori — 15,3 centimetri di altezza, 18,7 di lunghezza — e raffigura una sirena vestita di peplo e coronata da un diadema, con la mano destra che stringe una syrinx e il palmo sinistro che regge una melagrana, attributo di Persefone e simbolo del mondo infero.

Il primo, datato al 540-530 a.C. e riconducibile alla chora meridionale di Kroton in territorio di Cutro, è probabilmente un ex voto deposto in un’area sacra. La sirena ha le ali chiuse posate sulla coda, busto femminile privo di braccia, un peplo a larghe pieghe verticali. Il manico è una kore — una figura femminile stante con chitone e mantello — saldata al boccaglio sul capo della sirena. Fu rinvenuto in circostanze imprecisate negli anni Venti del Novecento, donato ad Armando Lucifero e poi entrato nelle collezioni statali. Per lungo tempo fu custodito al Museo Nazionale di Reggio Calabria prima di tornare a Crotone.

Il manico è un kouros nudo. Fu trafugato da scavi clandestini nel 1988 e venduto per 400.000 dollari a una gallerista svizzera, che lo rivendette a un gallerista di New York. Nel febbraio del 1992 il Paul Getty Museum di Malibu lo acquistò per 600.000 dollari. Quattro giorni dopo l’acquisto, lo stesso museo comunicò al Ministero italiano di essere in procinto di acquisire reperti di probabile origine italica — senza sapere che le indagini erano già partite. Il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri di Cosenza lavorò per anni alla ricostruzione dell’intera vicenda. La gallerista svizzera fu condannata nel 2002 per ricettazione continuata. Nel 2007 il Getty cedette volontariamente il reperto all’Italia. Prima di tornare a Crotone il 27 novembre 2009, l’askos fu esposto alle Scuderie del Quirinale e in Grecia.

I due askoi sono considerati, nel volume scientifico “Le Sirene di Kroton” curato da Domenico Marino e pubblicato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria nel 2010, di eccezionale unicità nel panorama archeologico mondiale. Esiste un solo vaso simile al mondo, rinvenuto in Argolide. Ora entrambi sono a Napoli, nella mostra che racconta la sirena che ha dato il nome alla città. Un incontro tra due coste del Mediterraneo antico, tra due storie che partono dallo stesso mare.

di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)

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