Staiti, vita e (tante) meraviglie nel comune più piccolo della Calabria

Staiti è in assoluto il comune più piccolo della Calabria, ma è anche il luogo dove la storia millenaria si può vedere e toccare così come la resilienza di chi lo abita. Arroccato sulle pendici sud-orientali dell’Aspromonte, lungo una cresta che guarda lo Ionio tra Capo Spartivento e Capo Bruzzano, il borgo è un’utopia di resistenza sorretta da appena 155 abitanti.
L’eredità di Santa Maria de’ Tridetti
Prima ancora di entrare in paese, tra le distese di ulivi, appare Santa Maria de’ Tridetti. Dichiarata Monumento Nazionale, questa chiesa dell’XI secolo è una perfetta sintesi di diverse civiltà: elementi greci, arabi e bizantini convivono in un’unica meravigliosa architettura.
Le leggende locali raccontano di un tempio dedicato a Nettuno, edificato dai coloni di Locri Epizefiri. Si narra che persino Annibale passò di qui, trafugando il mantello gemmato della statua del Dio. Oggi, ciò che resta della “Badia” testimonia il passaggio dei monaci basiliani e l’antico splendore di un centro che ha segnato la storia religiosa ed economica dell’intera Vallata del Bruzzano. Archeologi del livello di Paolo Orsi, che visitò il sito nel 1912, rintracciarono in queste mura le fondamenta di un passato glorioso che collegava Staiti al Capitolo di Bova già prima dell’anno Mille.




Dalla nobiltà degli Stayti al Capoluogo di Mandamento
L’attuale insediamento nacque alla fine del XVI secolo, quando i villici della zona chiesero protezione alla feudataria Eleonora Stayti Spadafora. In segno di gratitudine, il paese prese il suo nome e adottò come emblema lo stemma del leone rampante sormontato da una corona.

Per secoli, Staiti è stato il cuore civile e amministrativo del territorio. Fino alla metà dell’Ottocento era il centro più popolato tra Bova e Bianco, superando le 1700 anime. Il borgo vantava una vitalità culturale e professionale sorprendente: già nel 1753 risiedevano in paese medici, avvocati, notai e numerosi sacerdoti, a testimonianza di una comunità che investiva con forza nell’istruzione. Dal 1811 al 1934 fu Capoluogo di Mandamento con Pretura e carcere, estendendo la sua giurisdizione su centri come Palizzi, Brancaleone e Ferruzzano.
Il contributo al Risorgimento e la rivolta dell’orgoglio
Staiti è stato anche terra di patrioti e spiriti liberi. Dal prete eroe Francesco Martelli, distintosi durante la Repubblica Napoletana del 1799, ai liberali della rivolta del 1847, fino al martirio di don Lorenzo Musitano. Questa fierezza non si è mai spenta, riemergendo nella rivolta del 1936 contro l’esosità delle tasse e ancora nel 1996, quando l’intero paese si sollevò per mantenere la locale Stazione dei Carabinieri, simbolo di presidio istituzionale e legalità.
Tra chiese barocche e musei mistici
Camminare per Staiti oggi significa percorrere un museo sempre aperto. “Il sentiero delle chiese bizantine” adorna il borgo con diciotto opere in terracotta degli scultori Francesco e Fortunato Violi. Nella zona bassa c’è poi la Chiesa di Sant’Anna (XVII secolo), dove si conserva una preziosa statua in cartapesta della patrona risalente al Settecento.




Salendo verso il centro, la Chiesa arcipretale di Santa Maria della Vittoria stupisce per le sue linee barocche, fra le meglio conservate della provincia. Al suo interno risplende la scultura in marmo bianco di Carrara della Madonna del Rosario, opera di Martino Regi del 1622. A Palazzo Cordova, già sede del carcere, il Museo dei Santi Italo-Greci racconta invece una vicenda mistica e carnale, spiegando come l’aspra natura aspromontana si sia fatta “tenera e dolce” nel sacrificio degli eremiti. E poi, per i vicoli, tante porte dipinte, e soprattutto narranti.





Ospitalità diffusa, per molti ma non per tutti
Se l’emigrazione e l’alluvione del 1951 hanno ridotto drasticamente la popolazione, Staiti ha saputo trasformare il vuoto in una risorsa preziosa. Il borgo è l’ultima, emozionante tappa del “Sentiero dell’Inglese”, l’itinerario escursionistico che ripercorre i passi del paesaggista ottocentesco Edward Lear. Proprio qui, grazie a una storica esperienza di ospitalità diffusa nata negli anni Novanta per contrastare lo spopolamento, si è consolidato un modello di accoglienza unico. Non si tratta di un turismo di massa, ma di un incontro etico e umano. Oggi sono i residenti stessi, insieme alle associazioni del territorio, ad aprire le porte delle proprie case ai viaggiatori, trasformando il soggiorno in un’immersione totale nella vita e nelle tradizioni del borgo.


Nelle rrughe, i vicoli stretti, si scorge ancora qualche antico telaio per lino e ginestra, mentre la passione per la musica continua a vivere nel Complesso Bandistico “Francesco Cilea”. Il rintocco dell’antico orologio a pesi sul campanile sovrintende alle attività del paese sillabando il tempo, compreso quello dei forni a legna familiari da cui si diffonde il profumo del buon pane.
I sapori della cresta aspromontana
L’anima di Staiti si ritrova nei “catoi” (cantine) tradizionali dove fermenta il vino delle vigne di Campolico, coltivate tra i terrazzamenti delle antiche “armacere“, i muretti a secco. La tavola è un trionfo di sapori robusti e autentici come i maccheroni con ragù di capra, per cui ogni anno in agosto si tiene anche una bella sagra, le soppressate e la ricotta salata che fa da condimento generoso ai piatti della tradizione.
Fuori dall’abitato, la Fontana della Rocca con le sue maschere apotropaiche e i ruderi di mulini ad acqua, in un’area dove la natura offre ancora erbe selvatiche, cardi e l’erica utilizzata per produrre pipe e utensili. Staiti ricorda che la bellezza sta nelle piccole cose, e nella profondità della memoria. Come recitava una vecchia canzone popolare: «Bellizzi di Staiti, fiuruzzi di li prati». Fiori di prato che continuano a profumare in mezzo alle zagare e ai gelsomini del Sud.
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)


