Vita e morte dell’Olmo di San Lorenzo. E se rinascesse Gerasimo?
In Italia non era mai capitato che un comune proclamasse il lutto cittadino per la morte di un albero — bandiere a mezz’asta sugli edifici pubblici, attività ludiche sospese, un’ordinanza firmata dal sindaco. È, per quanto ne sappiamo, un fatto senza precedenti. Non era accaduto per un bosco incendiato, non per una foresta abbattuta da una tempesta. È successo per un solo albero, in un borgo di duemila abitanti arroccato sul crinale dell’Aspromonte reggino che dall’alto guarda al mare. Il 14 febbraio 2026, San Lorenzo ha dato così il suo addio formale al più vecchio abitante del paese.
L’olmo di piazza Regina Margherita era lì da oltre cinque secoli. Censito nel registro regionale degli alberi monumentali della Calabria e classificato botanicamente come Ulmus minor, non aveva confronti in tutto il Sud Italia.

Secondo i vecchi racconti, a piantarlo era stato Ludovico Abenavoli, uno dei cavalieri che nel 1503 avevano combattuto nella Disfida di Barletta — la sfida leggendaria in cui tredici italiani batterono altrettanti francesi, e che la storiografia ha trasformato in uno dei simboli più resistenti dell’identità meridionale. Il legame degli Abenavoli con San Lorenzo è reale e documentata. Il feudo era stato concesso allo zio Bernardino nel 1495 da Alfonso II, e Ludovico stesso vi aveva vissuto come castellano prima di partire nel 1501 per unirsi all’esercito del Gran Capitano Gonzalo Fernández de Córdoba. La tradizione orale ha probabilmente sovrapposto la sua figura — la più celebre della famiglia — all’evento della messa a dimora dell’olmo. Una nascita che si colloca in quegli stessi anni in cui il Sud Italia stava cambiando padroni per l’ennesima volta, tra spagnoli, francesi e signorie locali che si contendevano ogni feudo. C’è anche chi spinge l’origine più indietro. Alcune memorie attribuiscono la messa a dimora ai monaci basiliani, intorno al 1250, altre ancora arrivano fino all’epoca romana, al tempo di Ottaviano Augusto.


Il gigante nell’arco della sua vita aveva raggiunto la dimensione di oltre cinque metri di circonferenza, vuoto all’interno per effetto naturale della senescenza, con aperture e concavità che sembravano una grande bocca — tutti le conoscevano una per una, e ai bambini si mostravano come meraviglie. Era carico del peso degli anni, sopravvissuto al terremoto del 1783 e a quello del 1908, che rase Reggio Calabria al suolo insieme a Messina e resta tuttora il più devastante della storia italiana. Ed era rimasto in piedi sotto le piogge torrenziali, in piena siccità, sotto le gelate tardive.

La vita quotidiana di San Lorenzo è stata sempre un girotondo attorno a lui. Il tronco cavo che sembrava custodire segreti emanava un’aura particolare che il vento di San Lorenzo — anticamente chiamato Ventiloro per via di quella perenne brezza aspromontana — rendeva ancora più viva nelle sere d’inverno. La tradizione popolare aveva sempre profetizzato che la fine del gigante verde sarebbe stata il segnale di un cambiamento imminente. Forse. Ma non per questo senza speranza.
Nel 1860 era già cresciuto abbastanza da offrire riparo, sotto la sua chioma, a circa duecento garibaldini in ritirata lungo la costa ionica, stanchi e disorganizzati dopo le operazioni nel messinese.


In quella circostanza il sindaco Bruno Rossi aveva proclamato pubblicamente la decadenza dei Borboni e San Lorenzo diventò, in quella stagione convulsa di un’Italia ancora in costruzione, il primo comune del Regno delle Due Sicilie a insorgere per l’Unità. Lo stesso garibaldino Alberto Mario ne scrisse con dovizia di particolari nelle sue memorie, nel libro La Camicia Rossa. L’olmo, da sempre solo ombra e riparo, fu allora testimone e simbolo politico di resistenza.

In tempi più recenti, nel 2017, il Parco Nazionale dell’Aspromonte ha finanziato un’analisi dello stato di salute della pianta, affidata a tecnici specializzati in dendrochirurgia in collaborazione con il Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Già allora l’esemplare appariva molto sacrificato. La pavimentazione della piazza, il cemento e l’asfalto avevano creato condizioni asfittiche per l’apparato radicale. Gli interventi successivi sono stati poi orientati più alla sicurezza pubblica che alla cura, perché la cura, a quel punto, era pressoché inefficace.

Il ciclone Harry, a gennaio 2026, è arrivato violento a dividerlo in due. L’amministrazione aveva installato puntelli di sostegno nella speranza di tenerlo ancora in piedi. Non è bastato. Nella notte tra il 12 e il 13 febbraio le raffiche del ciclone Nils — oltre 130 chilometri orari — hanno colpito la costa e l’Aspromonte con una violenza mai vista. Tutti i testimoni che abitano affacciati sulla piazza hanno raccontato della caduta. Prima di cedere, l’olmo ha emesso un suono lungo, basso, qualcosa a metà tra un cigolio e un lamento. Poi si è aperto ed è andato giù.
Dieci giorni dopo lo schianto, una delegazione del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea ha raggiunto San Lorenzo su richiesta del sindaco Sandro Polimeni. La relazione tecnica firmata dal professor Marco Poiana, direttore del Dipartimento, ha accertato che sul moncone rimasto — un fusto di circa 1,5 metri di diametro, completamente cavo, con uno spessore vitale residuo di appena dieci centimetri lungo tutta la circonferenza — sono ancora presenti piccoli rami vivi.



Da quei germogli si tenterà di ricavare talee legnose per la riproduzione agamica, un processo che produce piante geneticamente identiche alla madre ma che richiede almeno tre anni in ambiente controllato. A pochi metri dal patriarca vegeta un olmo di circa cinquant’anni, con ogni probabilità un pollone radicale dello stesso albero e quindi geneticamente identico, ma il suo espianto non è stato ritenuto praticabile. Prima di mettere a dimora qualsiasi nuovo esemplare, la relazione indica due condizioni irrinunciabili: analisi del suolo per escludere patogeni fungini, ed eliminazione della pavimentazione intorno alla zona di impianto — proprio quel cemento che con ogni probabilità ha soffocato le sue radici. Tutte le attività saranno condotte nei laboratori dell’Università a titolo gratuito.
Il progetto ha già un nome, Gerasimo — dal greco antico Γεράσιμος, colui che porta doni. Un campione dell’olmo sarà custodito al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, perché la memoria non si disperda. San Lorenzo è un borgo dell’area grecanica in cui la cultura greco-bizantina si legge ovunque, e si ascolta nell’antica lingua di Omero. Ed è proprio la mitologia greca a ricordarci che l’olmo era l’albero di Oneiros, figlio della Notte e dio dei sogni — un albero che ospitava i sogni dei mortali e aveva il potere di trasformarli in profezia. A San Lorenzo, forse, non lo sanno ancora. Gerasimo, anche se ci volessero cent’anni, rinascerà.
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)