Castelmonardo, l’interesse degli archeologi europei sul sito calabrese
La lunga sequenza sismica del febbraio 1783 causò danni devastanti in tutta la Calabria centro-meridionale fino allo Stretto e, tra i tanti centri rasi al suolo, nel Vibonese, anche Castelmonardo soccombette in pochi minuti. Una città di quasi 4.000 abitanti, capoluogo di Baronìa, mercato franco da ogni imposta civica, regia e baronale — una delle realtà più vive della Calabria Ulteriore — sparì sotto le macerie. A due chilometri di distanza nacque poi Filadelfia, la città nuova che i castelmonardesi sopravvissuti costruirono. Il vecchio borgo rimase dov’era, sepolto dalla vegetazione per quasi due secoli e mezzo.
È questa la ragione per cui Castelmonardo interessa agli archeologi di tutta Europa. Un sito con la stratificazione intatta — una sorta di Pompei medievale del Vibonese, in cui i materiali sono rimasti nel loro contesto originario, senza aver mai subito spoliazioni o riuso. Per chi studia la cultura materiale del Medioevo, trovare un sito così è raro. E trovarlo nel Mezzogiorno italiano, con una storia documentata che risale almeno all’VIII secolo e connessioni con le grandi casate del regno, lo è ancora di più.

La storia di Castelmonardo è lunga. Le fonti scritte attestano la sua origine intorno all’anno Mille, ma i reperti suggeriscono una presenza già preistorica. I Normanni la inserirono nella contea di Catanzaro nell’XI secolo. Nel Quattrocento, sotto il dominio aragonese, fu favorita la presenza di gruppi ebraici per stimolare commercio e artigianato — la contrada chiamata Giudecca ne porta ancora il nome. Nel 1527 le truppe di Ettore Pignatelli sbaragliarono ai suoi piedi un corpo di spedizione francese, e Carlo V riconobbe il borgo come mercato franco. Nel Seicento il Pubblico Sedile — dove si votava con due sindaci, uno dei nobili e uno di estrazione popolare — ospitava dipinti di Mattia Preti. Giambattista Vico sposò qui Teresa Caterina Destito nel 1699. Poi il boato del tremuoto del 1783, e il silenzio.

Di quella storia, che appartiene agli eredi dei sopravvissuti, e agli studiosi che ne stanno svelando i misteri, si è discusso al 4th MERC Postgraduate and Early Career Conference in Archaeology di Barcellona. Qui la ricercatrice Assunta Campi ha presentato in particolare uno studio sulla ceramica dipinta a bande rinvenuta nel sito. L’interesse non è solo classificatorio, perché quei frammenti di terracotta decorata vengono letti come indicatori di pratiche sociali, di reti commerciali, di identità culturale. Un metodo che spinge su domande sempre più grandi: chi produceva quella ceramica, per chi, in quale contesto economico e simbolico. Ed è proprio questo tipo di lettura che rende Castelmonardo un caso utile al confronto con altri siti medievali europei.
La ricerca è ancora in fase iniziale. La prossima campagna di scavo, promossa dall’Università di Siena in collaborazione con il Comune di Filadelfia, l’Istituzione Comunale Castelmonardo e la Soprintendenza per Reggio Calabria e Vibo Valentia, permetterà di ampliare il corpus dei materiali e affinare il quadro cronologico. La direzione scientifica è del professor Carlo Citter; Assunta Campi guida il team sul campo.
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)