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Da Paestum l’idea di esporre insieme i Bronzi e i Giganti di Mont’e Prama

Da Paestum l’idea di esporre insieme i Bronzi e i Giganti di Mont’e Prama

Non si sono mai guardati, eppure rappresentano la stessa idea di eternità. I Giganti di Mont’e Prama e i Bronzi di Riace, nati da civiltà lontane, sono – nella pietra e nel bronzo – l’immagine di un uomo ideale, forte e rituale, di un ipotetico regno «inscalfibile» e, per questo, di potente fascinazione.

L’una, la Civiltà nuragica, si sviluppò in Sardegna tra il XVIII e l’VIII secolo a.C. e diede forma a una dimensione monumentale che continua a riservare sorprese straordinarie. L’altra, la Civiltà greca, fu quella che nel V secolo a.C. raggiunse la perfezione plastica e l’armonia proporzionale elevata a modello universale. Due espressioni del Mediterraneo antico che, pur nate in contesti diversi, condividono la stessa aspirazione alla rappresentazione dell’uomo come misura del sacro e della memoria, e la stessa eccezionalità dei ritrovamenti.

E se oggi fossero gli uni di fronte agli altri? Se provassimo a immaginare i Giganti sardi esposti insieme ai Bronzi? Non è per nulla un’idea peregrina: è la notizia che arriva dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, dove la Fondazione Mont’e Prama e il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria hanno stretto un accordo preliminare che potrebbe portare alla realizzazione di una grande esposizione congiunta. Un progetto nato dal desiderio di mettere in dialogo due capolavori dell’antichità e, attraverso di essi, due civiltà che hanno segnato la storia del Mediterraneo.

Ma chi sono i Giganti di Mont’e Prama?

Appartengono alla tradizione funeraria della Civiltà nuragica e furono realizzati tra il IX e l’VIII secolo a.C. su un territorio già profondamente segnato da questa cultura. Statue imponenti scolpite in pietra arenaria vennero rinvenute nel 1974, quasi completamente come materiale frammentario, nei campi di Cabras (OR), nella penisola del Sinis. Le 25 figure – guerrieri, arcieri e pugilatori – provengono da una vasta necropoli distinta dalle antiche sepolture collettive, ma erede dello stesso linguaggio simbolico che riguardava il rito e la rappresentazione del potere.

Le campagne di scavo condotte tra il 1975 e il 1979 restituirono circa 5.200 frammenti litici in calcare, sparsi su un’area di oltre 450 metri quadrati e per un peso complessivo superiore a dieci tonnellate. La successiva fase di restauro ha richiesto anni di documentazione, analisi diagnostiche, pulitura e soprattutto una paziente ricerca manuale degli attacchi tra i frammenti: un’operazione quasi titanica eseguita dai conservatori, perché solo l’occhio esperto di chi lavora la materia è in grado di riconoscere, attraverso minime tracce e corrispondenze visive e tattili, il punto di incontro perfetto tra due superfici; nessun ausilio digitale avrebbe potuto sostituire questa sensibilità umana. La ricostruzione è proseguita con il montaggio, la stuccatura e le integrazioni, fino alla restituzione delle sculture nella loro attuale monumentalità.

Così ricomposte, le statue – alte più di due metri – mostrano grandi occhi a cerchi concentrici, elmi, corazze e armi stilizzate che evocano figure eroiche o ancestrali. La loro collocazione all’interno dell’area funeraria e l’imponenza delle forme fanno pensare a una funzione forse totemica, segno di protezione e di memoria per la comunità che le aveva erette. Sono esposte al Museo Civico “Giovanni Marongiu” di Cabras (OR), simbolo della raffinatezza figurativa raggiunta dalla Sardegna protostorica.

Dei Bronzi di Riace sappiamo (quasi) tutto

Scoperti nell’agosto del 1972, i Bronzi di Riace sono due statue realizzate nel V secolo a.C. con la tecnica della fusione a cera persa. A loro sono universalmente riconosciute straordinaria perfezione anatomica, bellezza e potenza espressiva. Due nudi possenti, alti quasi due metri, che in origine erano dotati di elmi, lance e scudi oggi perduti. Non è stato ancora chiarito se rappresentino atleti, eroi mitologici o divinità, ma i dettagli in calcite, rame e argento – occhi in pasta vitrea, labbra, ciglia e capezzoli – mostrano una verosimiglianza sorprendente, segno della compiutezza raggiunta dalla scultura greca classica.

Gli studi più recenti sulle terre di fusione indicano una provenienza greca, rispettivamente dall’Attica per la statua A e dall’Argolide per la statua B. Le opere furono restaurate prima nel laboratorio della Soprintendenza di Reggio Calabria, successivamente a Firenze presso la Soprintendenza Archeologica della Toscana e infine nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, dove sono esposte. Capolavori assoluti, i Bronzi esprimono l’ideale di armonia e proporzione che culminò nella scuola di Fidia, tra i più grandi maestri della Grecia classica.

Un ponte tra due mondi

L’incontro tra i Giganti e i Bronzi rappresenterebbe oggi la possibilità di far dialogare due linguaggi opposti e complementari: la pietra e il bronzo, l’ignoto e il mito, la Sardegna nuragica e la Grecia classica. Un progetto che, come ha spiegato il presidente della Fondazione Mont’e Prama, Anthony Muroni, vuole «costruire un legame culturale tra Sardegna e Calabria. Non si tratta solo di un possibile progetto espositivo, ma di un ponte ideale tra le due civiltà».

Per il direttore del MArRC, Fabrizio Sudano, «è un’iniziativa che farà parlare ancora di più sia dei Bronzi che dei Giganti. Quello di Paestum è stato un primo incontro interlocutorio, ma ci ha permesso di avviare un dialogo che promette molto per il futuro».

Semmai si troveranno nello stesso spazio, i Giganti e i Bronzi saranno il racconto di un Mediterraneo la cui grandezza non è fisica, ma storica e spirituale. In questo mare, piccolo e insieme immenso, le civiltà si sono incontrate e rigenerate, dando origine a quel patrimonio meraviglioso che ancora definisce la nostra cultura. Un topos di contaminazione in cui la diversità ha generato sapere. E dove il tempo non aveva concesso ai Giganti e ai Bronzi di guardarsi, oggi proprio quella conoscenza può farli incontrare attraverso il Mediterraneo, spazio di bellezza universale.

di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)

ph credits Fondazione Mont’e Prama e Museo Civico “Giovanni Marongiu” – Cabras

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