Dolce, Arvino, Canino: my name is Magliocco

«Un Magliocco Dolce?»
«No, grazie, per me un rosso secco».
È una scena che si ripete: alla parola “dolce” la mente viaggia verso cantuccini e panettoni e invece non sa che la morte sua, del Magliocco dolce, è una bella bistecca. Se fosse un film sarebbe “Lost in Translation”: anche se parliamo tutti la stessa lingua c’è un problema di interpretazione. Il guaio è che spesso i disciplinari non aiutano e, invece di semplificarci la vita ed aiutarci a capire i nostri vitigni, ce la complicano con parole fuorvianti e sinonimi non indispensabili. In realtà è un problema che riguarda diversi vini (mal comune mezzo gaudio?) e forse è necessaria un po’ di grammatica enologica (oppure molta pratica!) per sapere, ad esempio, che il Nebbiolo si chiama pure Spanna e Chiavennasca e che il Sangiovese prende il nome di Brunello o Prugnolo Gentile. Ma torniamo ai nostri calabresi e al Magliocco. Se dico Guarnaccia, Lacrima o Mantonico Nero a cosa pensi? Prima di deporre le armi e passare dalla parte degli astemi, sappi che stiamo parlando sempre dello stesso vitigno. Ma perché allora tutti questi nomi? Temo dovremo aspettare i posteri per l’ardua sentenza. Intanto, però, possiamo tracciare un itinerario vitivinicolo e limitarci alle omonimie, ché i sinonimi ci hanno già ubriacato e di calici nemmeno l’ombra.
Dolce, principe delle Terre di Cosenza
Quando parliamo di Magliocco Dolce ci riferiamo all’area settentrionale della regione: è il vitigno principe delle Terre di Cosenza, ad oggi il più rappresentativo. È il fiore all’occhiello della provincia, insomma, e sta raccontando da protagonista questa parte di Calabria anche fuori i confini. Il Magliocco è un tipo coriaceo e dà vini che si prestano all’invecchiamento. Se metti il naso nel calice e senti profumo di pepe e cioccolato, allora è lui: la nota speziata sta al nostro Magliocco come un idrocarburo sta al Riesling, tanto per intenderci. Ma avevamo detto Dolce. È vero: ma è la qualità del vitigno e non ha nulla a che fare con il residuo zuccherino. Se ti offrono un Magliocco Dolce, perciò, non aspettarti pure il dessert (lo sai che la regola su cui non si transige è che il dolce va col vino dolce?): ti stanno porgendo un vino secco a tutto pasto. Rotolando verso Sud, il vitigno cambia nome: nella Valle del Savuto, infatti, si chiama Arvino. Immagina Dolce e Arvino come gemelli separati alla nascita: la madre è una sola ma, alla fine, quello che conta è come ti allevano. E pure dove. Il terroir, infatti, gioca da protagonista e finisce per dare vini profondamente diversi.


Canino, la dote delle future spose
Ma spingiamoci ancora più a Sud, lungo la Costa degli Dei, perché ce n’è un altro e si chiama Canino, Magliocco Canino: vigoroso e quasi indomabile, mette alla prova sia la coltivazione che la vinificazione. Per questo motivo per lunghissimo tempo è stato usato soltanto come uva da taglio e quindi in blend con altri vitigni. Poi alcuni produttori hanno azzardato e il tempo gli ha dato ragione perché il Magliocco Canino che oggi producono in purezza è un’espressione calabrese dal fascino incredibile. Il Canino dà vini che, probabilmente, hanno bisogno di essere raccontati prima della bevuta per essere compresi fino in fondo. Sarà che hanno pure alle spalle una storia talmente bella che vale la pena sedersi e ascoltare con un calice davanti mentre il vino ossigena e sprigiona note di incenso e frutti di bosco. Riavvolgiamo il nastro intorno agli anni Venti del Novecento. Per i millennials come me i ricordi viaggiano ai nonni nati più o meno nel primo dopoguerra. Ecco, ci sono documenti scritti a Nicotera (VV) che attestano un’usanza: all’epoca si dava in dote alle figlie femmine una botte di Magliocco Canino che poi veniva bevuto in occasione del matrimonio. Questo testimonia non solo la longevità del vino (sebbene si andasse a nozze giovanissime, significa che quel vino riposava circa 16-18 anni, almeno) ma anche dell’identità legata alla terra. Una terra che in questi giorni sta dando filo da torcere ai nostri vignaioli alle prese con una vendemmia per nulla semplice. L’annata 2023, per molti, ha già raccontato un finale breve per via di un meteo più che ballerino: le piogge torrenziali del mese di maggio e i picchi di fuoco di luglio hanno scatenato in vigna un inferno di peronospera. Risultato? In tanti hanno perso finanche metà del raccolto. La vendemmia è storicamente una festa, in passato un vero rito che coinvolgeva tutta la famiglia. Oggi sono cambiate un po’ le dinamiche ma non cambia la bellezza: è la terra che ci fa una promessa con un pizzico di meraviglia: “Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incedersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti la terra rossa è dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo” (Cesare Pavese).
Rachele Grandinetti

