Ferrovie e bellezza, la nuova mappa della mobilità dolce in Calabria?

Uliveti secolari, boschi e montagne, litorali e pianure, vecchie stazioni e caselli abbandonati. E poi una linea, anzi, tante linee ferrate. L’Italia, con la sua rete di infrastrutture storiche, racconta molto dei suoi meravigliosi paesaggi, anche con i sedimi dismessi che continuano a indicare strade che nessuno percorre più. La rete ferroviaria italiana è un patrimonio reale di cui negli ultimi anni si discute molto, soprattutto in relazione alla mobilità dolce. Un approfondimento pubblicato su FS News, nell’ambito del position paper “Mobilità dolce e sostenibile per lo sviluppo di borghi e aree interne”, promosso da Rete Ferroviaria Italiana (RFI) insieme all’Alleanza per la Mobilità Dolce (AMODO), parla della ferrovia come infrastruttura per lo sviluppo sostenibile dei borghi e delle aree interne, delle stazioni come nodi territoriali, dell’integrazione tra treno, ciclabilità e cammini, contemplando nel discorso anche le ferrovie secondarie, ovvero quelle che non appartengono alla rete nazionale statale.

Cosa comporta trasformare una semplice linea ferroviaria in un ecosistema di bellezza diffusa? Vuol dire fare della stazione ferroviaria un hub multimodale. E l’Atlante della Mobilità Dolce rivela un potenziale enorme: circa il 10% delle stazioni attive gestite da RFI si trova a meno di 2,5 chilometri da un borgo d’eccellenza. Questo significa che l’ossatura c’è già; quello che invece serve è l’integrazione del cosiddetto “ultimo miglio”. Non basta quindi che il treno arrivi in stazione: il viaggiatore deve poter proseguire a piedi o in bicicletta su percorsi sicuri, illuminati e ben segnalati che colleghino il binario direttamente al centro storico o al sentiero naturalistico.


RFI punta quindi a una riqualificazione dei fabbricati viaggiatori che vada oltre il semplice decoro. L’obiettivo è rendere le aree ferroviarie delle piazze attive dotate di ciclostazioni, depositi bagagli e punti di ricarica per le e-bike, ma anche centri di promozione per i prodotti locali. In questo modo, la stazione diventa anche il motore economico del borgo. Parallelamente, il piano prevede il recupero del patrimonio storico e dei sedimi dismessi. Se da un lato la Fondazione FS valorizza le linee di particolare pregio per usi turistici, dall’altro circa mille chilometri di vecchie ferrovie sono già in fase di trasformazione in Greenways. Si tratta di corridoi verdi che, se da una parte salvaguardano l’integrità delle infrastrutture storiche, dall’altra offrono opportunità di sviluppo alle comunità locali, in piena coerenza con la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI).


Ma come si traduce tutto questo in un territorio complesso e morfologicamente unico come quello calabrese? La spina dorsale di questa rivoluzione è senza dubbio la Lagonegro–Spezzano Albanese delle ex Ferrovie Calabro Lucane (Ferrovie della Calabria), costruita a partire dal 1915: l’unica storica linea a scartamento ridotto tra la Basilicata e la Calabria nel bel mezzo del massiccio del Pollino. Una vera e propria “ferrovia-monumento” che sfidava il picco di 1.432 metri di altitudine, tra viadotti temerari sospesi su gole profonde e gallerie, una delle quali – nel tratto tra i comuni di Castelluccio Inferiore e Castelluccio Superiore – realizzata con tracciato elicoidale, una rarità ingegneristica nelle strade ferrate d’Italia.


La sua incredibile bellezza, ad uso di ciclovia, si sta ricomponendo pezzo dopo pezzo: se il versante lucano è già una realtà con la Lagonegro-Rotonda, la Calabria ha già trasformato in greenway i 7 km tra Castrovillari e Morano Calabro. Manca il tratto Mormanno-Papasidero, recentemente finanziato con 3,5 milioni di euro. Qui, il recupero di ponti e gallerie permetterà di connettere in futuro i tronconi esistenti in un’unica, ininterrotta via verde.


Un’operazione non isolata, che rientra in una pianificazione regionale più ampia in cui la Ciclovia dei Parchi della Calabria è l’asse portante.

Parallelamente, sul versante ionico, con il Programma Regionale FESR 2021-2027 si passerà alla riconversione della tratta Soverato-Chiaravalle. Qui, il vecchio sedime ferroviario non sarà solo un percorso ciclabile, ma una vera “greenway di connessione” tra il mare e le colline delle Serre.
Dove resiste un pezzo di ferrovia utilizzato a fini turistici è nel Parco Nazionale della Sila. La tratta originaria Cosenza – San Giovanni in Fiore è oggi percorsa dal Treno della Sila da Camigliatello – con una fermata alla piccola stazione di Sculca – fino a San Nicola-Silvana Mansio che, posta a 1.404 metri di altitudine, è la stazione a scartamento ridotto più alta d’Italia.


La linea tirrenica RFI, invece, nel tratto che tocca Tropea e la Costa degli Dei, funziona come corridoio ferroviario ordinario e come esperienza turistica organizzata. I treni storici promossi da Fondazione FS Italiane e iniziative come il “Treno degli Dei” hanno fatto della linea un percorso culturale nei territori toccati. Anche lungo la Jonica il modello si ripete, con corse tematiche che valorizzano produzioni identitarie come il bergamotto e piccoli centri, dimostrando che la linea ferroviaria può essere insieme servizio e racconto del territorio.


Ma è comunque la rete a scartamento ridotto che rappresenta il sistema capillare per i collegamenti interni, in particolare nella Piana di Gioia Tauro. Un territorio che abbraccia oltre trenta comuni, caratterizzato da uno dei più estesi e magnifici sistemi olivicoli del Mediterraneo, con piante monumentali che modellano il paesaggio fino ai margini dell’Aspromonte.


Le ex linee Taurensi, attraversando questo areale, hanno collegato l’entroterra alla Costa Viola superando gallerie e ponti in ferro del primo Novecento fino al 2011. Poi la linea è andata in disuso, ma nel 2019 ha ottenuto, proprio per le sue caratteristiche, il riconoscimento di interesse culturale. Abbandonata l’idea di farne una ciclovia, si discute oggi di ripristinarla come metro leggera, vitale sicuramente per la mobilità dei cittadini.
La Calabria dispone dunque di linee costiere attive, di segmenti ferroviari turistici in montagna, di una splendida ciclovia di 545 chilometri che attraversa tutto l’Appennino calabrese, e di corridoi dismessi che attraversano paesaggi agricoli, centri storici e piccoli borghi. Il passaggio importante riguarda la loro integrazione: fare sistema mettendo ogni cosa in relazione, collegare stazioni e ciclovie, valorizzare i sedimi storici come corridoi di accessibilità. La mobilità dolce, in questa prospettiva, diventa un reale strumento di governo del territorio e un grande vantaggio per tanti piccoli centri che, se al momento risultano fuori da alcuni itinerari, potrebbero rivelarsi autentiche sorprese.
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)


