Tessitura della ginestra, dai corredi contadini ai progetti di sostenibilità
Alla fiumara ci tornavano da sole, il mattino dopo il taglio. Gli uomini portavano i fasci di ginestra fin lì, a spalla o sul dorso di un asino, poi il lavoro diventava un fatto di donne. Una grande caldaia di rame sul fuoco, l’acqua con un poco di cenere, i mazzetti legati da rigirare finché i rami non viravano dal verde al giallastro, e giorni interi passati al fiume tra bollitura, macero e battitura. Così, sulle colline della Locride e lungo le vallate del versante ionico, la lavorazione della ginestra ha trasformato un cespuglio selvatico nel corredo delle famiglie che possedevano nulla.
La fibra dei poveri
Del resto, la ginestra non si semina, non si coltiva, non appartiene a nessuno e soprattutto cresce dove altre piante si arrendono, nei terreni aridi e assolati, dal mare fino ai mille metri di quota. Quella pianta che Leopardi intese come metafora della resistenza sui pendii riarsi del Vesuvio mostra la stessa tenacia sui versanti calabresi, dove le radici scendono in profondità e trattengono i suoli franosi, rinascendo anche dopo gli incendi. La pianta da fibra è lo Spartium junceum, la ginestra odorosa o di Spagna, e in Calabria — celebre invece in tutta Europa per la seta — era la fibra dei poveri. Da quei rami sottili le donne tiravano fuori lenzuola, camicie, coperte, sacchi, corde e le vertule, le bisacce da soma. Un corredo intero, che allora significava anche la dignità di una casa.

L’oro giallo del Mediterraneo
L’uso tessile della ginestra era già conosciuto dall’epoca greco-romana. Le fonti antiche da Plinio a Seneca la descrivono infatti come materia per corde, reti da pesca e vele, apprezzata per la resistenza all’acqua. La Locride, dove tra l’VIII e il VII secolo a.C. sorse Locri Epizefiri, è rimasta una delle sue terre di elezione, e nel Cinquecento la pratica trovò nuova linfa con l’arrivo dei profughi arbëreshë, che portarono nel Meridione anche le proprie tecniche di lavorazione della pianta. Così come si insegnava a fare il pane, così le donne istruivano le giovani di famiglia. E i racconti, più volte raccolti da chi lavorava la fibra e poi la tesseva, hanno sempre ricordato giornate che cominciavano all’alba e finivano al tramonto, di fasci immersi per otto giorni nell’acqua dei torrenti, schiacciati da grosse pietre a tenerli sul fondo, e ore passate in ginocchio sul greto, dove la fibra veniva sfregata sulla sabbia e battuta a forza di mazzuoli contro i massi levigati dall’acqua, finché non si apriva in filacce.

I simboli fioriti tra ordito e trama
Dalle tavole chiodate della cardatura la fibra passava alla conocchia e al fuso, e i fili più sottili diventavano tele da cucire ad ago, i più spessi coperte. Anche i colori venivano dalle piante tintorie, a partire dagli stessi fiori della ginestra che davano alla fibra il giallo brillante, dalla corteccia del melograno ocra e senape, il verde dalle foglie d’ulivo, dal mallo delle noci un bel marrone scuro, secondo ricette che ogni tessitrice conosceva a memoria.


E nei disegni che si materializzavano tra l’ordito e la trama c’era la memoria bizantina, con la croce greca dissimulata in motivi geometrici come il mattunarico, una croce con una forma quadrangolare all’interno, e il rosato, quattro petali racchiusi in un rombo. Ogni pezzo tessuto era una pagina scritta da qualcuno che, quasi sempre, non sapeva scrivere.


La tradizione, l’alta moda etica e il futuro sostenibile
Se l’abitudine di tessere è andata via via scomparendo dalle famiglie, ci sono però ancora maestri tessitori e laboratori sia nell’area grecanica, sia a Tiriolo, a Longobucco, e sullo Ionio cosentino, dove c’è chi ogni estate raccoglie, macera e fila la ginestra con lo stesso procedimento di sempre. E intorno alla pianta cresce un interesse nuovo, perché la sua fibra risponde alle domande del tessile sostenibile. Il progetto SMAFINEC, guidato dall’Università della Calabria, ad esempio, ha messo a punto un impianto pilota con uno sfibratore che estrae la fibra riducendo al minimo lo scarto, mentre i residui legnosi della lavorazione diventano pannelli ecocompatibili per arredi scolastici e ospedalieri. Dalla sperimentazione sono nati anche i primi capi di abbigliamento in filato di ginestra, con l’attenzione dell’alta moda etica. Tutto questo potrebbe generare una filiera sostenibile made in Italy che, proprio dalla Calabria, si allargherebbe poi nelle altre regioni dove la ginestra cresce spontanea.
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)