Luigi Lilio non era calabrese, un saggio riapre la spinosa questione
Siamo tutti abbastanza distratti da lasciarci sfuggire che il calendario che usiamo nasce per risolvere un problema che la Chiesa cattolica aveva sollevato secoli prima: stabilire la data esatta della Pasqua. Con al centro il nome di Luigi Lilio, il medico, matematico e astronomo del Cinquecento a cui tradizionalmente si attribuisce la paternità della riforma. Ma chi era davvero Lilio, e da dove veniva?
Su questa domanda ruota il libro di Maria Francesca Carnea, filosofa calabrese, dal titolo Aloysius Lilius dell’Umbria primo autore del Calendario Gregoriano. Il saggio, che affronta con metodo documentale la storia della riforma, sostiene che Lilio non fosse calabrese — come vuole la tradizione legata a Cirò Marina, in provincia di Crotone — ma umbro, come indicherebbe lo stesso Gregorio XIII.
L’argomento è rilevante per la Calabria, che ha costruito parte della propria memoria storica intorno a questa figura. A Cirò Marina esiste un monumento in suo onore, e nel 2010 il comune ha avviato iniziative ufficiali per valorizzarne le origini crotonesi. Che una studiosa calabrese metta in discussione questa appartenenza è già di per sé una notizia.

Il problema delle origini non è nuovo, ma Carnea lo affronta portando elementi che la storiografia corrente tende, a suo avviso, a eludere. Tra questi, l’indicazione contenuta in alcuni documenti papali dell’epoca e la testimonianza del gesuita Cristoforo Clavio, che definì Lilio «primo autore» del calendario gregoriano. Il saggio analizza con attenzione cosa significasse quel titolo nel contesto del Cinquecento: primo autore di un’idea, non necessariamente dell’intera elaborazione scientifica che seguì.
Perché la questione è più complessa di quanto sembri. Il calendario gregoriano non fu opera di un solo uomo. Lilio elaborò la proposta di riforma, che il fratello Antonio presentò alla commissione pontificia dopo la sua morte, avvenuta nel 1576. Fu poi Cristoforo Clavio — gesuita, matematico e professore al Collegio Romano — a condurre la redazione finale, a difenderla dalle critiche e a costruire l’impianto scientifico che rese la riforma duratura. Clemente VIII, nella bolla del 17 marzo 1603, lo designò come principale artefice. Papa Benedetto XVI, nel 2006, ribadì che il calendario «fu elaborato nel 1582 dal P. Cristoforo Clavio, professore del Collegio Romano».
La bolla Inter Gravissimas, con cui Gregorio XIII promulgò il nuovo calendario, porta la data del 24 febbraio. Il saggio di Carnea precisa però che il Papa seguiva il cosiddetto “modo fiorentino”, un sistema di calcolo in cui l’anno cominciava il 25 marzo — l’Annunciazione — e non il primo gennaio. Questo significa che quel 24 febbraio apparteneva all’anno 1581 e non al 1582, come invece si legge comunemente. Il calendario entrò comunque in vigore il 4 ottobre 1582, quando furono soppressi dieci giorni per riallineare il computo civile con quello solare.

Il lavoro di Lilio, qualunque fosse la sua origine geografica, consistette nell’elaborare un meccanismo di correzione del calendario giuliano, che nel corso dei secoli aveva accumulato uno scarto di circa dieci giorni rispetto all’anno solare. La soluzione chiave fu la modifica della regola degli anni bisestili: nel vecchio sistema ogni anno divisibile per 4 era bisestile; Lilio propose di escludere gli anni centenari, tranne quelli divisibili per 400. Questo ridusse l’errore a una frazione di secondo al giorno, una precisione che il calendario gregoriano mantiene ancora oggi.
Il libro di Carnea non punta affatto a ridimensionare Lilio, ma a restituirgli un profilo certo: la sua regione d’origine, aspetti della sua attività professionale legati al Martirologio Romano, e le circostanze storiche in cui la riforma prese forma come lavoro di più studiosi nel corso di decenni. L’indagine muove da una sollecitazione dello stesso Gregorio XIII, citata nel testo: «Sarebbe infatti vergognoso per tutti noi tollerare che tutti i cristiani persistessero in gravi errori e nell’ignoranza delle cose più grandi».
La questione delle origini di Lilio — come spesso accade nella storia della scienza — non si chiude con la tradizione, per quanto radicata, ma con l’analisi delle fonti primarie. Ed è su quel terreno che il saggio di Carnea si muove.
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)