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Ricette e storie di un altro tempo de “Il cuoco segreto di casa Spanò”

Ricette e storie di un altro tempo de “Il cuoco segreto di casa Spanò”

Peperoni, peperoncini e pomodori. E fichi, prugne, limoni, da cogliere sui rami bassi insieme a tutti gli altri frutti che la terra regalava. In tavola con pasta fatta in casa al sugo di beccaccia, pollo alla brace e ogni tipo di carne arrosto. Non è né MasterChef, né il Gambero Rosso. Sono ricette e storie di un altro mondo e un altro tempo. Che sembrano immobili e poi veloci, come la storia di ‘Ntoni, “Il cuoco segreto di casa Spanò”. È lui, in prima persona, a raccontare. A scrivere sono Erminia Germini Tricarico con Francesco Maria Spanò, che quel libro al cuoco l’aveva promesso anni fa. Il co-autore resta nella sua terra, come in un volume di qualche anno fa, “Gerace città magno-greca delle cento chiese”. Ma veniamo al cuoco, lasciando stare le ricette e gustando il resto. “‘Ntoni aveva origini semplici e dignitose“, ci dice ora Spanò. “Arrivò in casa nostra ancora bambino, era il 1939, in una famiglia dove c’era un cavaliere che era prefetto e poi c’erano giudici e sacerdoti”.

‘Ntoni racconta: “Quello che mi dispiaceva è che non ero mai andato a scuola ma, come diceva mamma mia, non ce n’era bisogno perché il garzone dovevo fare e meno sapevo meglio era”. Perché, insomma, “i signori da una parte e noi dall’altra”. Eppure c’è quella voglia, quelle “orecchie sempre appizzate per imparare”. E le ricette, crescendo, diventano sociologia. “Gerace era una piccola città con più di cinquemila abitanti, che arrivava fino al mare” ricorda ‘Ntoni. “Poi, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, è stata divisa in due e quella dove vivevamo noi, che sta su una rupe di cinquecento metri, mantiene il nome Gerace e quell’altra è chiamata Locri e molte famiglie si erano trasferite lì, perché avevano messo gli uffici più importanti, il tribunale, il carcere e molte fabbriche”. Sulla rupe restano il vescovo, la curia e il seminario. Poi a casa Spanò muore il Cavaliere, Giuseppe. “Se mi merito il paradiso”, dice tra sé il cuoco, “quando morirò che sarò vecchio lo abbraccio forte forte, che mi è mancato tanto; che lì non ci stanno le distanze sociali”.

È anche un libro di filosofia politica, questo pubblicato da Gangemi editore. È il luglio 1970, le settimane della rivolta di Reggio, al grido “Boia chi molla” perché la città diventi capoluogo di provincia. Ci sono però altre spinte e mille voci. Come sempre, ‘Ntoni appizza le orecchie. “Tra quei disordini si era messa dentro anche la ‘rivolta proletaria’ con Lotta continua, Unione dei comunisti italiani (marxisti-leninisti) e cinque anarchici della Baracca, che in un volantino avevano scritto: ‘Padroni bastardi, del capoluogo non sappiamo che farcene; lottiamo per farla finita con l’emigrazione, con la disoccupazione, con la fame”. Assieme al Cavaliere, il cuoco sente che la protesta sta deragliando. Dopo mesi di assedio, Reggio è riportata all’ordine, con i carri armati posizionati sul lungomare della città. “Non ci furono vincitori” annota N’toni. “Ci hanno dato il contentino: a Reggio la sede del Consiglio regionale, a Catanzaro il capoluogo”. Quello della politica e della lotta di classe non è il mondo di ‘Ntoni. Anche se sa che il “piccolo mondo antico” è ormai finito. “Avevo bisogno di pace, della campagna, degli animali, delle piante da frutto, e soprattutto di casa Spanò, con le sue distanze sociali, come prima di andare con il cavaliere a lottare per Reggio, perché mi proteggevano e non mi pesavano”. Ecco. Poi ci sono le ricette, con pure le sgute, brioches di Pasqua calabresi, con farina bianca, lievito di birra e otto uova sode: cucinate con amore.

info@meravigliedicalabria.it

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