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Tire, tortë e cimàhë: parole e suoni della Pitë di Alessandria del Carretto

Tire, tortë e cimàhë: parole e suoni della Pitë di Alessandria del Carretto

Alle otto del mattino un colpo di mortaio rimbomba dal paese fino al cuore del bosco di Spinazzeta già pieno di gente. Da Alessandria del Carretto si sale prima che faccia giorno, c’è chi arriva dalla sera prima, e chi viene da fuori e guarda senza capire ancora bene cosa sta per succedere. L’abete è già lì — disteso a terra, diviso in tronco e cima, pronto. Lungo quasi venti metri, imbracato con bastoni e i tortë, le corde di rami di prugno selvatico attorcigliati col fuoco. Il vogatore sale sul tronco, dà una voce, e un numero di mani impossibili da contare si stringono intorno alle tire. Si parte. È la festa della Pita che torna, da tempo immemore, a ripetersi domenica 26 aprile nel Parco Nazionale del Pollino.

Lungo i tre chilometri e mezzo il sentiero scende ripido tra gli alberi. Il tronco pesa, si sposta, e mentre il vogatore urla e detta il tempo, tutti gli altri rispondono con il corpo. Fatica mista a un’assurda felicità, una processione laica in cui entra una zampogna. Poi un organetto. Poi i tamburelli. Suono continuo e ipnotico, ruvido, caldo e profondo. A metà del percorso, alla Difisella, arriva anche la cimàhë — portata a spalla da un altro gruppo di portatori, separata dal tronco per tutto il primo tratto. È una sosta per rigenerarsi, per condividere, oltre la fatica, il pasto frugale e ricco al contempo, il vino copioso, e i balli liberatori. Poi si riprende, giù verso il paese. Un viaggio di otto, dieci ore, prima che la pitë entri in piazza San Vincenzo, stracolma di persone.

Quello che si celebra qui ha origine nei culti arborei primaverili — il taglio dell’albero, il trasporto, l’innalzamento, l’abbattimento finale — erano diffusi in tutto il Mediterraneo antico. La tradizione locale lo fa risalire al Seicento, quando un boscaiolo avrebbe trovato nel tronco di un abete bianco l’immagine di Sant’Alessandro Papa Martire, il santo patrono del paese. Ma i riti che durano così a lungo hanno dentro qualcosa che nessuna leggenda riesce a spiegare.

Sarà poi il 2 maggio che il tronco in piazza verrà scortecciato, levigato e preparato per essere issato al mattino dopo. La cimàhë e il tronco vengono uniti in quello che gli alessandrini chiamano matrimonio, poi comincia l’innalzamento con scale, pertiche, funi e pali, la banda che suona senza fermarsi, la piazza che spinge con tutta la voce che ha finché la pitë non svetta contro il cielo, addobbata di ogni bene.

Dopo la messa e la processione di Sant’Alessandro, i giovani, e soprattutto i più coraggiosi, a forza di braccia e gambe tentano la scalata del tronco unto di grasso, finché uno non arriva in cima tra gli applausi e il giubilo generale. All’imbrunire la pitë viene abbattuta e tutti corrono a raccogliere un rametto. È il ciclo di morte e rinascita, come il grano che viene tagliato per tornare a germogliare. È lo schema simbolico delle feste di Cibele e Attis, in cui la morte del dio vegetazione precede la resurrezione. E quel rametto che ognuno raccoglie e si porta a casa è il frammento di quella forza vitale, un pezzetto di quella promessa.

Domenica prossima tutti potranno partecipare al trasposto dell’albero dalla montagna al paese, e gli organizzatori raccomandano di indossare indumenti a strati, portare una borraccia per l’acqua da riempire a una fontana lungo il percorso e il pranzo a sacco. Molto di più di una passeggiata in montagna. Una festa di comunità nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, come vuole la tradizione.

di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)

foto di: Francesco Mangialardi , Rocco Adduci, Angelica Brunacci, Rosellina Buontempo

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