Viaggio ad Arena, storie di normanni e amenità nell’entroterra vibonese
Un nastro di case allungato su un crinale, l’acqua che scorre limpida a valle, antichi mulini, natura incontaminata, e molte storie da raccontare. Non ci si arriva per caso, ad Arena. Il borgo della provincia di Vibo Valentia, città da cui dista una quarantina di minuti, guarda la valle del Marepotamo e la pianura di Ciano, e sta a ridosso delle lussureggianti montagne delle Serre. Un paese interno, con strade non semplici da percorrere, lontano dalla ricercata Costa degli Dei. Più luogo di pace, è Arena, un posto per mettere a posto il cervello, e dove per un po’ si può essere eremiti, soprattutto digitali, per sintonizzarsi invece sulle note di una Calabria poco conosciuta.


Quello che si sa di Arena è che con molta probabilità, nell’area delle Serre, è il centro abitato più antico, che fu prima colonia greca, contemporanea alla vicina Hipponion, poi municipium romano. In epoca medievale pare che il suo feudo fosse così esteso da meritarsi il nome di Stato di Arena, e che fu poi elevata a marchesato in epoca spagnola. Il possesso passò più volte di mano, dai Normanni Concublet agli Acquaviva d’Aragona, fino ai Caracciolo di Soreto. Il loro archivio, acquisito dal Comune di Arena nel 1989, conserva ancora oggi gli atti di gestione del feudo — proprietà, conti, cause di giustizia — soprattutto del Settecento.


Sulla collina più alta restano i ruderi del castello, fatto costruire dai Normanni per proteggere Mileto, la città scelta da Ruggero I come capitale del regno. Il terremoto del 1783 ha lasciato in piedi suggestivi spazi ed elementi architettonici, tra cui i basamenti delle torri angolari e il portale d’ingresso. Come per ogni castello che si rispetti, anche per quello di Arena ci sono leggende da raccontare, arricchite e ritoccate dalla fantasia popolare. C’è infatti chi giura di sentire ancora lo scalpitio dei cavalli, o di percepire la presenza di Giovanni il lebbroso aggirarsi tra quelle mura. Giovanni Concublet pare fosse stato colpito da una brutta malattia della pelle, si dice lebbra, ma guarito dal monaco calabro greco San Pietro Spina, al quale donò come ringraziamento, per il monastero di Gerocarne, grandi somme di denaro.




E sempre perché c’è bisogno di associare vita a una storia passata, ogni estate, tra quelle stesse rovine, si tiene “La Castellana”, il concorso in costume medievale che sceglie la dama a cui vengono simbolicamente consegnate le chiavi del castello.

Al di là di rievocazioni e credenze, c’è la parte scientifica che riguarda la costruzione della fortezza. Dopo le prime ricognizioni nel 2019, sono iniziate le campagne di scavo sul castello, ancora in corso, con il Progetto Arena guidato dal professor Carlo Citter, nato dalla collaborazione fra il Comune di Arena, l’Università degli Studi di Siena e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia.




Gli studi stanno raccontando di questi luoghi una storia ben più ricca — quasi 3.500 anni — che ribalta quello che le fonti scritte facevano credere finora su Arena. Il sito, secondo gli archeologi, era abitato già in epoca protostorica (lo testimoniano le buche per i pali delle capanne). Poi venne edificato un grande edificio rettangolare, raso al suolo tra XIII e XIV secolo per far posto a una residenza fortificata angioina, più volte rimaneggiata con torri e bastioni difensivi. Un esempio di diverse stratificazioni costruttive mai indagate prima.

La vera risorsa di questi luoghi era però l’acqua. Un acquedotto tardomedievale, di cui restano i grandi piloni, la portava dalle sorgenti fino in casa dei signori e poi al villaggio, alimentando anche un mulino a tre macine. Come riportano gli studi del gruppo di archeologi guidati dal professor Citter, i contadini predisposero anche il sistema delle “prise”, una rete di canali che distribuiva l’acqua ai terrazzamenti e alle cisterne con turni di gestione comunitaria — un sistema che ricorda i modelli del Mediterraneo islamico e che, sorprendentemente, è ancora in uso oggi.


E anche sul terremoto del 1783, mentre la tradizione racconta di un abbandono immediato e totale del sito, gli scavi mostrano che la popolazione non fuggì, ma ricostruì e riadattò gli edifici, continuando a vivere lì anche nei secoli successivi. Per avere un’idea complessiva di tutto questo, proprio accanto al castello è nato l’Arena Digital Museum, il grande spazio multimediale immersivo che ne racconta la storia e la vita quotidiana che si svolgeva al suo interno, attraverso la ricostruzione degli ambienti. All’interno sono esposti anche i reperti rinvenuti durante gli scavi e parte della documentazione dell’archivio Caracciolo.
Il borgo, per quanto di forma allungata, ha un nucleo quasi circolare in cui si inseguono vicoli e stretti passaggi che si aprono all’improvviso sulle piazze. Le chiese, la settecentesca chiesa Matrice di Santa Maria de Latinis, quella di Maria SS. delle Grazie, e quella di San Teodoro, pur diverse tra loro, conservano tutte qualche preziosità, tra statue, altari e arredi sacri.


L’altro tesoro di Arena, però, non è dentro il paese. Bisogna inoltrarsi tra i meravigliosi boschi del Parco naturale regionale delle Serre, che abbracciano luoghi come Mongiana e Serra San Bruno, per trovare l’Albero delle Fate. Si tratta di uno straordinario abete bianco monumentale che sfiora i 200 anni di età. La sua cima supera i 35 metri di altezza e il tronco ha una circonferenza di 6 metri. Proprio dal tronco, dallo stesso ceppo, partono e si dividono diversi fusti, a forma di un bouquet slanciato, teso verso il cielo. Da qui, dalla località Tre Arie di Arena, si dipana una serie di percorsi naturalistici tra i boschi e i paesi delle Serre. Arena è, tra l’altro, anche una delle tappe del Cammino del Normanno.
È un entroterra dai paesaggi incredibili, da quelli immensi collinari che digradano verso il mare, a quelli da scoprire in lentezza attraverso il trekking, o magari in modo avventuroso in mountain bike. Ma è anche il luogo dove poter fare esperienza diretta della cultura, delle tradizioni e del senso più autentico della comunità di Arena, che anima e custodisce tutto questo.
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)
Foto di: Comune di Arena e Progetto Arena