Vitigni antichi e produzioni bio, l’attualità dei vini calabresi
Stretta tra due mari, la Calabria si allunga e distende dalla sua spina dorsale montuosa. È la ragione per cui lo stesso vitigno, coltivato a pochi chilometri di distanza, produce vini completamente diversi. Il versante tirrenico, con i suoi terreni calcarei e a tratti vulcanici, e il clima mediterraneo, spinge verso vini di corpo, longevi. Quello ionico, dove domina l’argilla, regala profili più sapidi e minerali. La montagna insinuata nel mezzo comanda escursioni termiche da clima continentale che favoriscono le uve a bacca bianca. E lungo le coste, dove il calore è costante e le brezze marine asciugano lentamente i grappoli, nascono i vini dolci da uve passite che i Greci conoscevano già . Furono loro, quando chiamarono questa terra Enotria, ad aver capito che una terra così poteva produrre qualsiasi cosa.


Sebbene la regione vanti quindi una storia millenaria, per gran parte del Novecento è rimasta fuori dai circuiti più riconosciuti, concentrata com’era su produzioni di massa e vini da taglio. Il cambio di passo è stato evidente tra il 2010 e il 2015, quando una nuova generazione di produttori ha scommesso tutto sulla qualità , l’identità e il territorio.


Anche quest’anno, il padiglione calabrese del Vinitaly ha mostrato la sua ricchezza, portando 111 aziende. Vincenzo Mercurio, enologo campano nominato Miglior Enologo d’Italia 2025 dalla Vinoway Selection, frequenta la regione da anni e sa leggerne le trasformazioni.

E questa crescita non lo sorprende. «La Calabria è una regione contemporanea dal punto di vista enologico — ha detto —, perché oggi sono di gran moda i vini territoriali, i vini fatti con vitigni antichi, autoctoni, fondati su tradizioni locali.
La Calabria nella sua staticità di cultura vitivinicola oggi è diventata a mio avviso molto attuale, perché conserva questa biodiversità , questa originalità nei vini che oggi è un elemento fondamentale per avere successo nei mercati».
Accanto al vino c’è il fenomeno dell’enoturismo che Mercurio osserva con interesse. «Si parte dalle cantine per poter poi conoscere la cultura del cibo — ha continuato —. Però non ci si ferma solo al cibo e al vino, ma si va in giro e si scoprono le storie, si scoprono dei musei sconosciuti, magari poco battuti nei soliti percorsi culturali. La Calabria offre non solo vino e cibo ma una storia che è tangibile a 360 gradi».
Anche se sul fronte della crescita quantitativa i numeri danno ragione ai vini calabresi, c’è ancora da lavorare. «Per conquistare e aumentare le bottiglie, cosa che deve essere fatta sempre con una dovuta prudenza, è importante essere compatti — ha spiegato —. Non presentarsi da soli sui mercati, ma fare sistema. Questo Vinitaly è un chiaro esempio di collaborazione e di unione tra i produttori calabresi, sotto l’ala della Regione Calabria».

Nello stesso padiglione si è tenuta la presentazione della XXXIV Rassegna nazionale dei vini biologici e biodinamici di Legambiente. E non a caso, perché la Calabria è tra le prime in Italia e in Europa per estensione delle superfici dedicate all’agricoltura biologica. Stefano Ciafani, presidente nazionale dell’associazione dal 2018, ha parlato di un primato che nel vino significa etichette sempre più richieste da un mercato che guarda alla qualità e alla provenienza.
«Il biologico vince sempre — ha spiegato Ciafani —. È una scommessa che noi abbiamo fatto 34 anni fa, quando le produzioni di vini bio erano di gran lunga inferiori e con una qualità che non era quella di oggi. Possiamo raccontare che quella sfida l’abbiamo vinta: l’abbiamo vinta grazie al protagonismo degli agricoltori, grazie a investimenti fatti non solo sulle quantità prodotte ma sulla qualità . I vini bio oggi hanno una qualità che non ha uguali, anche per il contributo che danno rispetto alla sostenibilità ambientale dei territori, che è fondamentale per garantire che quelle produzioni possano continuare anche nei prossimi decenni».
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)
Foto copertina di Cooperativa AgriCostaViola