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Cirò e il suo alchimista dimenticato, Giano Lacinio frate e sperimentatore

Cirò e il suo alchimista dimenticato, Giano Lacinio frate e sperimentatore

A Cirò, nel cuore della Calabria ionica, esiste un museo che pochi conoscono ma che sorprende chiunque vi entri. È un luogo unico nel panorama nazionale. Non celebra condottieri, nobili o personaggi famosi dei libri di scuola. Il Museo dell’Alchimia riporta alla luce una figura rimasta a lungo avvolta dal silenzio della storia: Giano Lacinio, frate francescano, teologo, studioso e alchimista del Rinascimento.

Un nome quasi sconosciuto oggi, eppure capace nel Cinquecento di lasciare tracce in tutta Europa. La sua vicenda comincia proprio a Cirò. A soli dieci anni entra nel convento dei Minori Conventuali di San Francesco d’Assisi come semplice oblato. È ancora un bambino quando inizia un percorso rigoroso fatto di studio, disciplina e formazione spirituale. A sedici anni viene ammesso al noviziato e destinato ai più prestigiosi centri di studio dell’Ordine francescano. Per anni affronta materie difficili e complesse: logica, filosofia, metafisica, teologia. A ventiquattro anni è già sacerdote.

Il suo talento non passa inosservato. Per le sue doti intellettuali viene inviato a Padova, nel celebre Collegio Teologico del Convento del Santo, uno dei luoghi più importanti del sapere religioso dell’epoca. Qui consegue tutti i massimi gradi accademici fino al dottorato in Sacra Teologia. Poi diventa docente, reggente degli studi, maestro rispettato. Dopo ventisette anni trascorsi tra libri, lezioni e ricerca, ottiene il Magistero dell’Ordine. Di lui, in seguito, si perdono le tracce: non sappiamo con certezza dove né quando morì.

Ma il suo nome non scompare del tutto. Giano Lacinio entra nella storia grazie a un’opera pubblicata a Venezia nel 1546 dal titolo monumentale: Pretiosa Margarita Novella de Thesauro, Ac Praeciosissimo Philosophorum Lapide… Un libro che raccoglie testi alchemici di grandi autori come Raimondo Lullo, Arnaldo da Villanova, Alberto Magno, Michele Scoto e altri maestri della tradizione medievale.

Fu ristampato a Venezia, poi a Norimberga, tradotto in tedesco a Lipsia nel Settecento, adattato in inglese a Londra nell’Ottocento, ripubblicato nel Novecento. Per secoli circolò nelle biblioteche di studiosi, filosofi e appassionati di alchimia. Un frate nato a Cirò riuscì così a diffondere il proprio pensiero ben oltre i confini del Regno di Napoli.

Per Lacinio l’alchimia non era la caricatura che spesso immaginiamo. Era una visione spirituale e cosmica dell’universo. La trasformazione dei metalli rappresentava il perfezionamento dell’essere umano. La Pietra Filosofale non era solo uno strumento materiale, ma il simbolo di una rigenerazione interiore. Da francescano, Lacinio interpretava l’alchimia nello spirito di San Francesco d’Assisi: meraviglia per il creato, lode al Creatore, attenzione ai poveri. Il vero tesoro era il rinnovamento dell’anima e la possibilità di usare il sapere per aiutare gli altri.

L’alchimista, secondo Lacinio, non è un ciarlatano ma uno sperimentatore. È colui che osserva la natura, prova, verifica, modifica, cerca leggi nascoste. Un uomo che si allontana dalla superstizione per avvicinarsi a una forma embrionale di metodo scientifico. Non a caso molti storici della scienza vedono nell’alchimia una delle radici della chimica moderna. Furono gli alchimisti a inventare strumenti di laboratorio utilizzati fino al Settecento, a scoprire sostanze nuove, a sviluppare tecniche di distillazione ancora fondamentali. Persino il fosforo fu individuato grazie a esperimenti nati in quell’ambiente.

Nel libro di Lacinio compaiono quattordici xilografie simboliche, immagini enigmatiche che raccontano i processi alchemici attraverso figure umane, animali, corpi che si dissolvono e rinascono. Sono una sorta di «fumetto del Cinquecento»: tavole dense di mistero, dove il linguaggio delle immagini vale quanto quello delle parole. Morte e resurrezione della materia, purificazione, unione degli opposti: tutto si svolge tra alambicchi, crogioli e forni, ma anche sul piano spirituale. I metalli diventano simboli dell’uomo, e il laboratorio si trasforma in metafora dell’anima.

La storia di Lacinio ha ispirato anche un albo a fumetti pubblicato dal CNR nella collana Comics&Science, The Alchemical Issue, che racconta il legame tra alchimia, nascita della scienza moderna e immaginario rinascimentale per un pubblico largo. Alla riscoperta di questo personaggio dimenticato è dedicato anche un volume che ne ricostruisce vita, opere e pensiero, frutto di anni di ricerche condotte tra archivi italiani ed europei.

Il museo di Cirò non è soltanto un museo locale. È una porta aperta su una storia sorprendente che unisce Calabria, Rinascimento, fede, scienza e immaginazione. Il luogo in cui un piccolo centro del Sud Italia rivela un legame inatteso con una delle tradizioni più misteriose e influenti d’Europa. Entrarvi significa scoprire che, dietro un nome quasi dimenticato, si nasconde un uomo che cercò di trasformare i metalli — ma soprattutto di trasformare l’uomo stesso.

Il presente articolo è un contributo del ricercatore emerito del CNR Francesco Vizza, che nel 2017 ha fondato il Museo dell’Alchimia di Cirò insieme all’artista Giuseppe Capoano e al Comune di Cirò.

info@meravigliedicalabria.it

Le immagini delle xilografie della Pretiosa Margarita Novella (Venezia, 1546) sono tratte dalla collezione digitale della Bayerische Staatsbibliothek di Monaco (www.digitale-sammlungen.de).

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