Archeologia salvata, nuovi reperti destinati ai musei di Crotone e Sibari
Un frammento. Il pezzo rotto di un vaso. Quasi di poco conto in mezzo ad altri 45 reperti restituiti dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale ai Parchi archeologici di Crotone e Sibari, nella sede della Galleria Nazionale di Cosenza. È invece un coccio dal valore straordinario per gli archeologi, ed evidentemente anche per i tombaroli che lo avevano trafugato, e per il collezionista che lo ha posseduto.
Secondo una prima analisi tutta da approfondire, quel frammento potrebbe essere attribuibile a Euphronios, uno dei pionieri della ceramografia attica, attivo ad Atene alla fine del VI secolo avanti Cristo. Fu lui a portare la tecnica a figure rosse a una perfezione fino ad allora sconosciuta — disegno a pennello, resa anatomica, un realismo assoluto — come svela il suo cratere più celebre, con la morte di Sarpedonte, figlio di Zeus, tra le mani di Hypnos e Thanatos. Questo spiega perché quel coccio, isolato dal resto, è il reperto in assoluto più prezioso, in mezzo gli altri recuperati che sono invece del tutto interi, o quasi, e acquistati illegalmente perché belli, significativi, completi.

I quarantasei oggetti sono il risultato dell’indagine “Achei”, condotta dai Carabinieri TPC di Cosenza e coordinata dalla Procura di Crotone, che nel 2019 portò all’arresto di 23 persone e smantellò una rete di traffico clandestino con ramificazioni in Gran Bretagna, Francia, Germania e Serbia.


Gli oggetti più antichi sono due vasi in bucchero etrusco della fine del VII secolo avanti Cristo. Ci sono poi vasi apuli prodotti tra Taranto e Ruvo di Puglia che circolavano in tutta la Magna Grecia, ceramografia italiota dei greci d’Occidente, tre vasetti di vetro dell’ultimo quarto del IV secolo, una schnabelkanne bronzea etrusca del V secolo.


«Sono oggetti molto importanti» — spiega Filippo Demma, direttore dei Parchi archeologici di Crotone e Sibari, e li racconta. Parla di tre nuclei di produzione — Attica, Etruria, Magna Grecia, con una possibile punta verso la Sicilia greca, forse Siracusa — e di affinità tra i vasi attici a figure nere e i materiali della necropoli di Carrara di Crotone. Ipotizza che alcuni vasi a figure rosse italioti possano provenire da un’unica tomba, e che due dei vasetti di vetro condividano lo stesso contesto. Poi aggiunge il rovescio: «Il problema dei pezzi recuperati è che naturalmente il loro legame col contesto è reciso per sempre. Tant’è vero che il codice penale prevede una forma di danno specifica per il patrimonio culturale che si chiama danno scientifico. Quello è totalmente irrecuperabile, o quasi totalmente irrecuperabile, a meno di lunghi studi e di molta fortuna».


Eppure, a osservarli, questi oggetti parlano tanto lo stesso. Prima di essere esposti, dovranno passare per una fase di restauro: alcuni vasi vanno rincollati, ci sono restauri precedenti da rifare, i reperti metallici hanno patine da trattare, uno specchio è totalmente illeggibile. «Non sono in brutte condizioni — dice Demma — ma i pezzi devono avere la loro fase di restauro e di pulitura». Entro la fine dell’anno, una volta completato il lavoro, saranno esposti a rotazione in entrambi i musei di Sibari e Crotone — nella sezione che i Parchi hanno chiamato Archeologia salvata.


I due musei sono attualmente chiusi per i lavori di ristrutturazione legati al PNRR, con il solo Museo di Capocolonna aperto al pubblico. Ma, alla loro riapertura, gli oggetti saranno sorretti dalla storia che li ha portati tanto lontano e poi di nuovo qui: il trafugamento e il recupero diventeranno essi stessi il racconto da offrire al pubblico. «Racconteremo questa storia — conclude il direttore Demma — ma anche le storie che ancora riusciamo a dedurre nonostante siano stati trafugati, nonostante abbiano subito la violenza di essere stati separati dal loro contesto. E questo alimenterà la coscienza e la consapevolezza della legalità ».
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)
Foto di Francesco Greco
In copertina: frammento ceramico attribuibile a Euphronios, VI sec. a.C.