Nei vitigni autoctoni calabresi le radici del vino italiano
Per i vitigni autoctoni italiani c’è particolare entusiasmo, e quelli che fanno nascere il vino calabrese si stanno scoprendo a piccole, ma efficaci dosi. Eppure proprio in Calabria c’è il patrimonio ampelografico più ricco d’Italia, con varietà ancora poco studiate, alcune quasi dimenticate e poi recuperate, alcune che raccontano una storia della vite che risale a prima dei coloni Greci — che quando arrivarono qui trovarono la vigna già coltivata dalle popolazioni indigene, e per questo chiamarono questa terra Enotria, terra del vino.


Walter Speller conosce questa storia meglio di chiunque altro. Italy editor di JancisRobinson.com e contributor del World Atlas of Wine, viene in Calabria da vent’anni sempre con la stessa curiosità — quella di chi cerca le varietà più rare non per diletto esotico, ma perché è convinto che lì, in quei vitigni antichi, stia proprio l’inizio della storia del vino italiano.

Incontrato al Vinitaly, dove la Calabria era presente con oltre cento aziende nel suo stand istituzionale, Speller dice la sua: «Sono da sempre interessato ai vini autoctoni, e in Calabria si trovano autoctoni particolari. Cerco sempre le varietà più oscure perché credo che siano l’inizio della storia del vino italiano, che è veramente lunghissima, più di duemila, tremila anni. Vorrei sempre capire le radici, capire di queste antichissime varietà , di come la coltivazione è andata avanti. Il vino che ne deriva oggi è un patrimonio, è un’evidenza di una cultura molto importante, molto vecchia».

Il Gaglioppo, il Magliocco, il Greco Bianco, il Pecorello — sono espressione di un terroir che la pressione commerciale non ha ancora colonizzato. E poi il Mantonico Bianco, la cui origine antica è stata confermata dagli studi genetici, che lo identificano come uno dei vitigni capostipite della viticoltura dell’intero Meridione. Ed è vero, allora, che quello che per troppo tempo è sembrato un ritardo incolmabile, si rivela oggi un vantaggio. Ci sono i produttori storici, ma anche una nuova generazione di produttori ha scelto di restare, di investire nella ricerca, di puntare moltissimo sull’identità territoriale. «Da Chardonnay, Cabernet e Merlot non c’è così tanto da scoprire» — aggiunge Speller, lasciando intendere che in Calabria ha ancora molto da fare.


Si discute del Cirò, il cui antenato Krimisa, vino della colonia greca di Crimissa — oggi Punta Alice — era il nettare offerto ai vincitori dei giochi olimpici dell’antichità . La DOCG ottenuta nel 2025 è solo un nuovo capitolo di una storia che ricorda quanto siamo capaci e testardi, tanto da volerla replicare da quasi tremila anni. E il patrimonio dei vitigni calabresi, conclude Speller, è ancora in gran parte da esplorare — «poche varietà sono state formalmente catalogate o ampiamente studiate».
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)