“Al mio paese”, perché il Sud di Serena Brancale non è una cartolina
«Gente ca mangia, ca beve e ca chiange quannu risente il suo accento/ La storia è uguale, Sicilia e Calabria, da Bari fino a Sorrento /Giri le case di tutti i parenti, perché, “Se non vieni, mi offendo”». Bastano queste righe per capire di cosa parla Al mio paese, il singolo di Serena Brancale con Levante e Delia uscito il 3 aprile, già candidato a tormentone dell’estate 2026. E bastano per capire perché ha acceso un dibattito sui social — e non solo — sul modo in cui viene raccontato il Sud. Stereotipi, cartoline, immagini false: queste sono le critiche. Le signore sulle sedie non esistono, le piazze sempre piene neanche, le madonne nelle chiese figuriamoci.
Chi conosce bene il Sud, e quindi anche la Calabria — delle sue feste patronali, dei suoi borghi, delle sue tradizioni ancora vive — fatica a riconoscersi in questa lettura. Le signore sulle sedie esistono. Le piazze si riempiono. Le madonne nelle chiese ci sono, e le processioni che le portano in spalla pure. Chi si è fermato in un qualsiasi paese calabrese, sa che quelle immagini non sono invenzioni di tre cantautrici nostalgiche.

Il punto non è se il Sud di Al mio paese esista — esiste — ma se una canzone pop abbia l’obbligo di raccontare anche le sue contraddizioni o quel che forse non è più. La risposta è no, e non perché non contino, ma perché non è questo il compito di un brano che nasce per raccontare la gioia del ritorno a casa, anche se non sempre in quel paese è sempre tutto gaudente. Cantano forse il diritto alla nostalgia? Sì. Carmine Abate, scrittore calabrese tra i più letti in Europa, ha costruito interi romanzi su questo sentimento — il ballo collettivo come rito di ricongiungimento, la festa come momento in cui chi è partito ritrova il senso di appartenenza, il paese che continua a chiamarti anche da lontano. In Il ballo tondo c’è in fondo la stessa dinamica che il brano di Brancale mette in musica: le piazze piene, la comunità che si stringe, il ritorno come atto necessario. Nessuno ha mai accusato Abate di fare la cartolina della Calabria. Non ne aveva bisogno.


Ci sono mille ragioni per cui il ritorno alle radici conta, e va al di là del sentimento personale. L’antropologo calabrese Vito Teti ha dedicato anni a studiare il rapporto tra emigrazione e identità , arrivando alla conclusione che partire e restare sono due condizioni inseparabili. Chi emigra porta il paese dentro di sé, e quel paese diventa un riferimento che nella distanza si carica di un significato che va oltre la realtà quotidiana. Celebrare le origini — cantarle, raccontarle, riconoscerle — è il modo in cui chi vive lontano mantiene integra la propria identità in un contesto che la mette continuamente sotto pressione. Riconoscerla nelle piazze piene, nelle madonne nelle chiese, nell’accento che a risentirlo si piange, non è debolezza. È un atto di continuità con se stessi.


Brancale, Levante e Delia sono tre donne del Sud che hanno scelto di cantare la parte di questa terra che amano — il calore, i riti, il senso di appartenenza, la lentezza. Brancale è pugliese, e per scrivere questo brano non ha cantato solo la sua terra, ma ha chiesto a Levante e Delia di portare dentro il brano la Sicilia, la loro geografia, le loro storie. Sa che il Sud è Sud, ma non è uno solo.
Pretendere che una canzone estiva risolva le nostre questioni di sentimento e di appartenenza al luogo in cui si è nati forse è troppo. O forse c’è qualcosa di più sottile nel respingere questa idea di Sud? Chissà . Raccontare ciò che esiste e vale non cancella ciò che manca e fa male. Sono due cose che stanno insieme, come stanno insieme in qualsiasi luogo del mondo.
Al mio paese non è un manifesto, e ci mancherebbe. È una canzone. E quella Calabria che cita tra le sorelle del Sud — con le sue luci, le piazze piene di voci, la sua gente che mangia e beve e piange quando risente il proprio accento — esiste. Non ci vuole molto a riconoscerla. Per fortuna.
di Daniela Malatacca (info@meravigliedicalabria.it)